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Milano, gli irriducibili della strada e i "nuovi poveri" eleganti: una notte con i clochard

di Alessandro Dell'Ortomercoledì 25 febbraio 2026
Milano, gli irriducibili della strada e i "nuovi poveri" eleganti: una notte con i clochard

8' di lettura

Il trolley nero - gigantesco, lucido e ben tenuto - è sempre al suo fianco e Francesco, 43 anni, lo stringe con decisione mentre cammina, lo accarezza con dolcezza mentre parla. «Questa è la mia casa», dice indicando con gli occhi la valigia come per mettere subito in chiaro senza vergogna- che un’abitazione vera, lui, non ce l’ha. Francesco è uno dei “nuovi poveri”, che sono la maggior parte (si stima il 90 per cento) dei 2343 senza dimora (rilevazione “RaccontaMi” del febbraio 2024) di Milano: eleganti, giovani, ben tenuti e con grande dignità.

Già, anche i clochard sono cambiati. Certo, restano i pochi irriducibili, quelli che spesso condizionati da problemi psichici o alcolismo, o entrambe le cose - vivono (e muoiono: da inizio 2026 non ce l’hanno fatta in dieci) nella sporcizia della strada rifiutando cure e aiuti, ma la figura del classico “barbone” ormai si è trasformata e non solo per il fatto che le nuove generazioni sono ben rasate e profumate. Da “invisibili” perché ignorati, ora sono “invisibili” perché non riconosciuti: li incrociamo in metro, sui marciapiedi, incentro ma non immaginiamo che siano “senzatetto”. E Francesco - camicia bianca, maglione, jeans e piumino - ne è un esempio.

«Da dove arrivo? Da nessuna parte, sono milanesissimo e la valigia contiene coperte, vestiti e un sacco a pelo. Da tre mesi, da quando cioè fa particolarmente freddo, dormo nell’aeroporto di Linate, agli arrivi: è comodo, si sta riparati e ci sono i bagni. Di giorno, invece, prendo i mezzi e vengo in centro per mangiare o trovare vestiti grazie alle associazioni», racconta senza imbarazzo. «Lavoravo come dipendente, ero autista di ambulanze. Poi, con la mia compagna, ci siamo messi in proprio, ma un anno e mezzo fa, da un giorno all’altro, tutto è andato a rotoli: ho scoperto che si era indebitata con gli strozzini, l’ho mollata e sono rimasto senza casa, senza lavoro, senza un euro».

Francesco non è tipo da arrendersi. «Mi sono rimboccato le maniche e la scorsa estate ho fatto la stagione come barista a Cesenatico, ma i soldi guadagnati sono serviti solo a pagare i debiti perché gli strozzini inseguono me, non lei. La mia famiglia? Ho una sorella e la mamma che sanno tutto, ma se ne fregano. Io però non mollo e ora sto mandando in giro il curriculum: spero di trovare qualche altro lavoretto e, prima o poi, di abbandonare la vita di strada».

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STRADA A TUTTI I COSTI
Il sogno di Francesco è riavere una casa, un’esistenza normale, un posto e un pasto caldo ogni sera. Ma, purtroppo, non per tutti è così e molti preferiscono restare totalmente liberi e rifiutare anche i centri di accoglienza, perché non vogliono sottostare alle minime regole di convivenza, perché hanno avuto brutte esperienze e temono litigi o furti. «Lasciare quel tipo di vita, comunque, non è sempre facile - spiega Davide Pisu, 53 anni, educatore della “Ronda Carità e Solidarietà” e coordinatore del centro diurno per il reinserimento sociale -: una ricerca svela che per ogni giorno passato in strada ne servono tre per convincersi ad abbandonarla. Noi offriamo aiuto sotto tutti i punti di vista, ma bisogna rispettare i ritmi e le decisioni di chi ci sta di fronte. Ha presente l’indiano morto lo scorso 9 gennaio in piazzale Cadorna? Lo seguivo da almeno quattro anni e non aveva mai voluto entrare in un dormitorio, anche se proprio pochi giorni prima l’avevo quasi convinto».

I morti a Milano, da inizio anno, sono già dieci, otto dei quali per il freddo. «In realtà sono dodici perché molti sfuggono alle statistiche, come Abdu, che era in sedia a rotelle e viveva in corso Lodi ed è deceduto a casa Betania di Seveso, oppure Francesco, ex addetto alla vigilanza che fino all’anno scorso dormiva in stazione o in piazza Diaz». La “Ronda Carità e Solidarietà” - che opera sul territorio milanese dal 1998 - è una delle tante associazioni (una trentina) che si occupano delle persone senza dimora o in situazioni di grave emarginazione sociale. «Lavoriamo in rete e sinergia con le altre associazioni grazie al coordinamento del “Centro Sammartini” del Comune di Milano racconta Pisu -. Ci scambiamo informazioni e notizie tra di noi, ci dividiamo le zone di intervento e, soprattutto, seguiamo le segnalazioni che arrivano a un numero gestito dalla centrale operativa della Croce Rossa».

Le attività principali della “Ronda Carità e Solidarietà” sono le uscite con le “unità mobili” («Il lunedì, martedì, mercoledì e venerdì dalle 20 alle 24: la sera è il momento migliore per incontrare i senza dimora perché sono abitudinari e, dopo aver girovagato per tutto il giorno, li trovi negli stessi posti»), “l’educativa di strada diurna” e la gestione del centro diurno “Punto Ronda”, che offre sostegno e aiuto dal lunedì a venerdì, dalle 9 alle 17 - a chi ha già intrapreso un percorso di reinserimento («Le persone uscite dalla strada nel 2025 sono il 45 per cento di quelle che abbiamo seguito, il 20 per cento delle quali sono andate in un alloggio»).

I centri di accoglienza sono un punto di appoggio fondamentale per i senza tetto e uno dei più grandi è quello dei “City Angels”, associazione fondata nel 1994 da Mario Furlan. «Siamo aperti 24 ore su 24 e 365 giorni l’anno- spiega Furlan -. Ospitiamo massimo 50 persone, solo uomini, e la maggioranza sono stranieri. Questa è la loro casa: possono decidere se stare qui solo per la notte o passare l’intera giornata e noi li aiutiamo sotto tutti i punti di vista, anche con progetti di reinserimento». Moti degli ospiti, però, sono bloccati da gravi problemi di salute. Come Magdi, egiziano, 69 anni, in Italia dal 1979 («Ho sempre fatto il pizzaiolo e il lavapiatti, ma un anno fa mi hanno operato al cuore, devo prendere 20 medicinali al giorno e non ho parenti»), o come Osvaldo, peruviano di 52 anni («Sono venuto in Italia tre anni fa, nel 2017 mi hanno amputato le gambe e non sono autosufficiente») e Saverio, 71 anni, foggiano («Facevo il muratore, ora sono in pensione e mi hanno trovato un tumore allo stomaco: per un periodo ho vissuto anche per strada»).

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CAMPER CON DOCCIA
Gli emarginati in strutture di accoglienza notturna, a Milano, sono 1.500, mentre tutti gli altri si arrangiano per strada, appoggiandosi alle mense e, soprattutto, alle Unità mobili (i “City Angels” hanno a disposizione anche una “unità mobile di igiene solidale”, un camper itinerante che offre la possibilità di fare la doccia, tagliarsi capelli e barba e curare l’igiene personale) che svolgono un lavoro indispensabile soprattutto durante l’inverno. E proprio per combattere il freddo, a inizio dicembre, è tornato il “Bus degli Angeli”, un’iniziativa di Atm in collaborazione con i “City Angels”, autobus attivo tutti i giorni, dal lunedì al venerdì dalle 21 a mezzanotte, fino al prossimo venerdì 13 marzo.

«Mettiti questa casacca da ausiliario - dice “Dave”, coordinatore provinciale dei “City Angels” - così ci aiuti a portare cibo e vestiti: oggi siamo in 16 e andiamo in Porta Genova». Via, si parte, all’arrivo vengono allestiti due tavolini appena davanti le porte del bus e, poco alla volta, i senza tetto si avvicinano. Con discrezione. Rispetto. Dignità. Giuseppone ha 69 anni ed è di Ancona, ma sta a Milano da 40 anni e, da quando ha perso il lavoro, vive per strada ed è conosciuto da tutti. Chiede del té caldo, un paio di pantaloni nuovi e cerca di infondere ottimismo: «La primavera è vicina, ho guardato il meteo fino a marzo e finalmente ci sarà un po’ di sole. Basta con il freddo».

Alle sue spalle, in fila, aspettano Massimo, che è anziano, curvo, cerca qualcosa di lana per scaldarsi e, una volta soddisfatto dei nuovi indumenti, saluta con un ossequioso “grazie e buonasera” e Jaime, che è elegantissimo pantaloni sportivi, piumino, zainetto nero -, arriva dalla Spagna («Sono di La Coruña e faccio il pasticcere») e chiede una maglietta e dei boxer nuovi. «L’intimo è più richiesto di vestiti e cibo - spiega il “Koala”, coordinatore di Milano città - perché è difficile da trovare e, non potendolo lavare spesso, dopo un po’ va buttato».

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GLI SGOMBERI OLIMPICI
Nel frattempo, al cellulare di “Dave”, arriva una segnalazione: a pochi isolati di distanza, in piazzale Cantore, è stata bruciata la capanna di un senzatetto, che ora non sa dove andare. E così, a piedi, si stacca una squadra formata da quattro “City Angels” che va sul posto. Sul marciapiedi i segni dell’incendio e, pochi metri più in là, lo scheletro di una nuova casetta (coperte, sacchetti e scarpe sono sistemate con rigoroso ordine), al cui interno riposa un clochard. «In questi casi non li svegliamo mai - spiega “Koala” - perché fanno fatica a dormire. Ci avviciniamo a loro con molta attenzione e controlliamo che siano vivi, che respirino».

Francesco, Magdi, Osvaldo, Saverio, Giuseppone, Massimo, Jaime: tutti uomini. E le donne? «Una minoranza, ma dopo il Covid sono aumentate in maniera impressionante: siamo passati dal 4 al 12 per cento- rivela Davide Pisu della “Ronda Carità e Solidarietà” -. La causa? Molte badanti dell’est si sono ritrovate senza lavoro, che garantiva loro anche l’abitazione. I servizi di accoglienza dedicati alle donne vanno potenziati, perché loro, per strada, hanno fragilità ulteriori e rischiano abusi e aggressioni a qualsiasi età». È il caso di Caterina, milanese di 46 anni, che vive in piazza XXIV maggio e che, qualche notte fa, è stata picchiata da un altro senza-dimora. «Mi fa male la faccia e una gamba, non riesco a camminare», racconta ai volontari della “Ronda Carità e Solidarietà” che le portano cibo e acqua. Caterina ha la guancia gonfia, un occhio nero e sorseggia una birra mentre Vasco, il suo vicino, dormicchia tra i rifiuti.

Gli interventi dei volontari della “Ronda Carità e Solidarietà” sono mirati, una sorta di appuntamenti programmati per aiutare i clochard più disperati («Anche per semplici questioni burocratiche: molti di loro non hanno la carta d’identità da anni, anche solo perché l’hanno persa, e, tra Spid e appuntamenti da rispettare, non la rifanno», spiega Pisu) e controllare le loro condizioni di salute. Che a volte sono davvero drammatiche, come quelle di una trentenne di origini sudamericane che dorme, completamente immobile e nascosta dentro un piumone, a pochi metri dal Pronto Soccorso dell’Ospedale San Giuseppe in via San Vittore. «Ha scelto questo posto proprio perché, in caso di emergenza, sa dove andare. Sta qui da un mese e nessuno conosce il suo nome - racconta uno dei volontari -, perché si rifiuta di parlare. Ha appena mosso un piede, quindi è viva: le lasciamo una bottiglia di acqua e un hamburger caldo, speriamo che poi mangi».

Nel frattempo la serata è ormai finita, Milano diventa silenziosa e loro, i gli “invisibili” e “irriconoscibili”, si preparano alla difficile nottata sapendo, però, che al risveglio saranno anche “indesiderati”. Sì, perché nelle due settimane di Olimpiadi invernali gli sgomberi sono aumentati e molti clochard sono stati costretti a spostarsi o “sparire”. «Alle 7.30, tutte le mattine, arrivavano quelli della polizia locale e ci dicevano di andar via - raccontano Franco e Gio, 44 e 49 anni, che vivono sotto i portici di piazza XXIV maggio -. Così eravamo costretti a prendere le coperte, i sacchi a pelo e i carrelli della spesa e spostarci altrove. Dove? Da nessuna parte, facevamo un giro della piazza e dopo un’ora tornavamo al nostro posto come se niente fosse. Per fortuna, però, ora è finito tutto: ci mancavano anche le Olimpiadi...».

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