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Roma, arrestata la "boss" delle borseggiatrici: 32 colpi, 50mila euro

lunedì 23 marzo 2026

3' di lettura

«Se non mi porti almeno 2.500 euro al giorno ti sfregio col coltello». Non scherzava, non ha mai scherzato con le sue “ragazze”: tutte giovanissime ladre “assoldate” per compiere borseggi e piccoli furti nelle stazioni ferroviarie di Venezia e di Mestre e sui treni locali della Laguna. A una 14enne, una volta, ha mostrato la lama, a un’altra (che pure era incinta), a fine giornata, quando è tornata da lei senza più forze e stremata per il turno che le ha imposto, ha addirittura sferrato un violentissimo pugno nell’addome. Le sceglieva, le addestrava, le istradava nell’illegalità e, per chi si ribellava o semplicemente non riusciva a stare al passo delle sue richieste, c’era la brutalità usata a mo’ di punizione.

Sì, è vero, nella rete di criminali non era da sola (stiamo parlando di un gruppo smantellato dal nucleo investigativo dei carabinieri a fine dell’anno scorso che era stato in grado di racimolare almeno 50mila euro di refurtiva mettendo a segno ben 32 colpi), ma lei era sicuramente ai vertici di quella piramide di delinquenti che il sistema che aveva creato lo sfruttava due volte, una sulle vittime designate e una sulle sue “adepte”: la “boss delle borseggiatrici”, si faceva chiamare nel giro. Bosniaca, 22enne, scampata alla retata di novembre 2025 perché se l’era data a gambe levate, è stata arrestata, adesso, finalmente dagli agenti dell’Arma a Roma, all’Eur, che l’hanno fermata per un normale controllo e, quando hanno inserito il suo nome nel database delle forze dell’ordine, quasi non ci credevano. Grazie al suo curriculum non proprio senza macchia ora si trova nel settore penitenziario femminile del carcere romano di Rebibbia.
Era la più cattiva di tutte, quella che alzava le mani, che controllava le sue “sottoposte” con una modalità rodata e brutale: obbedienza, paura, ricatto. Quell’organizzazione criminale, a Venezia, venuta alla luce grazie al lavoro degli inquirenti aveva scoperchiato un vaso di Pandora fatto di minori e donne incinte usate come scudo, costruito sulla violenza interna prima ancora che su quella esterna.

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Non c’erano solo i malcapitati nelle calli, i turisti scelti perché anziani oppure portatori di disabilità (facile prendersela con chi ha più difficoltà a reagire), c’erano anche le bambine da portare sulla cattiva via. Non è un caso, infatti, che l’indagine coordinata dalla procura di Venezia sia durata per più un anno, dal luglio 2023 al dicembre 2024, perché quella non era una semplice inchiesta sulla delinquenza, quello era un sistema articolato e strutturato che ha prodotto 23 misure cautelari (la stragrande maggioranza -venti- in capo alle donne che tenevano le redini del racket, il restante ai mariti di alcune di loro), otto arresti in carcere (tra cui addirittura una ragazza incinta che era finita al raggio femminile della Giudecca), otto divieti di dimora in Veneto, sei divieti di dimora nella città e nella provincia di Venezia, un obbligo di dimora a Genova, la lista di reati contestati lunga come lo scontrino della spesa al super (furto aggravato, violenza, minacce lesioni personali, indebito utilizzo di carte di credito, ricettazione, riciclaggio, violazione del foglio di via obbligatorio). Tre borseggiatrici erano state fermate all’estero, ma mancava la “boss” all’appello perché, una volta sollevato il polverone, si era dileguata e aveva fatto perdere le sue tracce. Era abbastanza scontato che non si trovasse più a Venezia dato che in città la conoscevano un po’ tutti. Si era “trasferita” nella capitale, magari pensando di farla franca con 500 chilometri di distanza. Non è andata così.

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