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Madre e figlia avvelenate, il medico svela cos'è successo in ospedale: "Ho capito subito"

sabato 4 aprile 2026
Madre e figlia avvelenate, il medico svela cos'è successo in ospedale: "Ho capito subito"

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Nessuna intossicazione alimentare. Sara Di Vita, 15enne di Pietracatella, e sua madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, sono morte per avvelenamento da ricina. A raccontare le ultime ore della ragazza, morta il 27 dicembre, e della madre, deceduta il giorno successivo all’ospedale Cardarelli di Campobasso, è Vincenzo Cuzzone, direttore della Rianimazione del Cardarelli."Sin dall’inizio ho avuto la sensazione che qualcosa non tornasse.

L’evoluzione del quadro clinico era troppo rapida, anomala", ha spiegato al Corriere. "Madre e figlia presentavano una storia clinica praticamente sovrapponibile e, soprattutto, si è sviluppata nello stesso identico modo e negli stessi tempi. È un elemento che, da medico, non può non far riflettere".Durante la rianimazione della ragazza, un dettaglio ha colpito particolarmente: "Ricordo che mentre cercavo di rianimare la ragazza continuavo a chiedermi: “Perché il cuore non riparte?”. Non c’era una spiegazione evidente. Abbiamo fatto tutto il possibile, ma il cuore non ha mai ripreso a battere".

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Quando Cuzzone ha comunicato il decesso ai familiari, ha scoperto che anche la madre presentava gli stessi sintomi e ha chiesto immediatamente il suo trasferimento in ospedale. In entrambi i casi si è verificata "un’evoluzione estremamente rapida e fuori dagli schemi. Si è trattato di una insufficienza multiorgano improvvisa, qualcosa che non è tipico delle patologie che trattiamo quotidianamente. Sembrava esserci un agente che colpiva simultaneamente più organi".Il medico si è a lungo interrogato su ciò che si sarebbe potuto fare in più: "Mi sono chiesto a lungo se avessi potuto fare qualcosa in più. È una ferita che resta. Oggi, sapere che probabilmente non c’era nulla che potessimo fare, almeno in parte consola".La ricina è un veleno rarissimo per il quale "non esiste un antidoto". "Non è qualcosa che rientra nella pratica clinica quotidiana. Non era riconoscibile in tempo utile e, soprattutto, non è trattabile in modo specifico". La dose letale è estremamente bassa: "approssimativamente un milligrammo ogni 10 chili di peso corporeo".

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