Esponenti del Pd e del M5s hanno sollevato il caso di presunte “interferenze” di Meta nel dibattito politico italiano. Le anticipazioni di un’inchiesta di Report andata in onda ieri, rilanciate anche da alcune testate, parlano di una possibile alterazione della visibilità dei contenuti durante le campagne elettorali del 2022 e del 2024, con una penalizzazione dei partiti più istituzionali e un aumento anomalo della presenza online di forze e figure considerate antieuropee. Da qui la richiesta di fare piena luce sul funzionamento degli algoritmi (sigh), fino alla proposta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta e di rafforzare la regolazione della cosiddetta “sfera pubblica digitale”.
Il punto è che qui si scambia un fenomeno strutturale dei social per un complotto. Chi oggi grida alle “interferenze” di Meta dimostra, più che altro, una profonda ignoranza di come funziona l’ecosistema digitale. Gli algoritmi non premiano una parte politica per scelta ideologica: premiano ciò che funziona per l’algoritmo e per gli utenti. E ciò che funziona sono contenuti più semplici, più diretti, più emotivi, più adatti al linguaggio delle piattaforme e meglio declinati nei format adeguati ai social (video e meme su tutti). Non è un caso che gli stessi contenuti vadano virali anche sulle piattaforme non di proprietà di Meta come Tiktok, X e Youtube.
I dati lo dimostrano da anni: contenuti di taglio non istituzionale, spesso anche molto distanti tra loro (quindi di qualsiasi posizionamento), sono sistematicamente più virali. Non è una novità, non è un’anomalia, è esattamente come funzionano i social. Lo si è visto chiaramente, per esempio, anche durante la campagna referendaria: i contenuti più performanti sono stati quelli che hanno rispettato questi requisiti sia a favore del sì che del no, non certo in base alla provenienza di destra o di sinistra di chi ha pubblicato. Basta guardare anche ai numeri dei profili di area progressista o di sinistra: quando usano linguaggi nativi delle piattaforme, diventano virali quanto e più degli altri. Ci sono centinaia di esempi che smontano completamente questa tesi delle interferenze. Per rendersene conto è sufficiente osservare i picchi di viralità raggiunti dai contenuti pro-Pal.
La differenza non la fa la parte da cui stai, ma come comunichi. Il problema, quindi, non è che qualcuno venga “oscurato”. Il problema è che qualcuno non ha ancora capito come si comunica nel 2026 e urla al complotto. C’è poi un altro elemento che viene confuso ad arte. Anche ammesso, ed è un tema su cui infatti si è già espresso il Garante, che Meta abbia gestito o conservato alcuni dati in modo non conforme, questo non ha nulla a che vedere con il funzionamento degli algoritmi che determinano la visibilità dei contenuti. Sono due piani completamente diversi, che vengono sovrapposti per costruire una polemica politica. Ma mettere insieme raccolta dei dati e dinamiche di viralità non spiega nulla: serve solo a evocare un sospetto, che, come abbiamo visto, è smentito dalle evidenze. Alla fine, dietro questa polemica, resta soprattutto un dato: si cerca negli algoritmi una spiegazione comoda per mascherare un’incapacità politica e comunicativa. Ma i social non alterano la realtà. La amplificano. E se un messaggio non passa, molto spesso il problema non è la piattaforma. È il messaggio.