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I marò ci fanno capire la verità: pescatori o pirati?

Ci sono altri cinque indiani uccisi da una petroliera: perché nessuno indaga?

Andrea Tempestini
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Molti “no comment” o “non rispondo” e risposte elusive. L'intervista di Repubblica ai due Fucilieri di Marina detenuti dal 19 febbraio dalle autorità indiane evidenzia le contraddizioni del governo italiano nella crisi con l'India. Incredibile che i due marò, ma è solo il più alto in grado a rispondere alle domande, non siano stati autorizzati a raccontare alla stampa italiana quanto accaduto nel pomeriggio del 15 febbraio quando una barca da pesca si è avvicinata in modo sospetto alla petroliera Enrica Lexie che navigava in acque internazionali. Una “verità” che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno scritto nel rapporto inviato a Roma e raccontato nei tribunali indiani. La scusa del riserbo dovuto alle indagini in corso non regge perché in tal caso non si capisce perché gli imputati possano rilasciare interviste ma non  rispondere alle domande. Mentre i media indiani attaccano i militari italiani dipingendoli come assassini a loro non viene consentito neppure di spiegare la loro versione dei fatti.  Chi ha autorizzato l'intervista senza consentire ai due militari di rispondere in modo franco e diretto? Nessuno è stato in grado di dircelo ma anche i più sprovveduti in fatto di comunicazione sanno che frasi quali «no comment» o «non rispondo» sono bandite dalle «note di linguaggio» perché inducono a sospettare reticenza e omertà. La Marina ha molti ufficiali esperti nella comunicazione ma pare che nessuno di essi sia stato inviato in India per gestire la crisi sul piano mediatico e per preparare i due militari ad affrontare le interviste. A gestire la vicenda non è la Difesa ma il Ministero degli Esteri che fino a ieri ha raccomandato il massimo riserbo. L'impressione è quindi che manchi una strategia chiara e coerente e non solo sul fronte mediatico. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi ha detto giorni fa in Parlamento che l'India ha usato un «sotterfugio» per far entrare la Enrica Lexie nel porto di Kochi e «mezzi coercitivi» per far sbarcare dalla nave i due fucilieri. Ciò nonostante lo stesso ministro si è recato in India pochi giorni dopo per discutere di affari con Nuova Delhi dispensando sorrisi e strette di mano a chi ha ingannato gli italiani usando la forza per arrestare i nostri militari. Il viceministro Staffan De Mistura, che ieri ha incontrato i famigliari dei due fucilieri, intervistato al Tg 5 ha detto che se gli esami balistici dimostrassero che i proiettili che hanno colpito i pescatori indiani sono italiani «la nostra formula è che tutti possono sbagliarsi soprattutto in condizioni di tensione. Sono militari che facevano il loro dovere e in questo caso vengono giudicati in Italia». Finora però l'Italia aveva  escluso ogni ipotesi di responsabilità dei militari italiani nella vicenda. Nell'intervista  Latorre precisa che «siamo scesi dalla nave perché ci è stato detto di farlo» ma aggiunge un «non rispondo» alla richiesta di indicare chi avesse impartito tale ordine. Toccherebbe al governo fare chiarezza. Latorre ha espresso anche dispiacere  per la morte dei due pescatori «come ci dispiace della morte di altri cinque pescatori indiani in un incidente con una nave pochi giorni dopo».  Secondo la Guardia costiera indiana una nave di Singapore, la Prabhu Daya ha speronato il primo marzo il peschereccio Don-1 al largo delle coste del Kerala causando la morte di cinque pescatori. La nave ha raggiunto il porto di Chennai per accertamenti su “invito” delle autorità indiane ma sembra che i pescherecci indiani abbiano il brutto vizio di avvicinarsi ai mercantili in transito in acque internazionali. di Gianandrea Gaiani

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