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L'Università delle parolacce: storia, funzione, usi e abusi

Alessandro Dell'Orto
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Chissà quante ne avete (abbiamo) già dette oggi per rabbia, semplice intercalare, insulto- e chissà quante altre ne ripeterete (ripeteremo) entro sera. Perché che siano le tradizionali cazzo, stronzo, figa o le più moderne e innovative webete (ebete del web), bimbominkia (utente web che si comporta in modo stupido e infantile) o stocazzare (fare uno scherzo), fanno parte della vita di tutti i giorni indipendentemente da sesso, estrazione sociale, cultura - e non esiste una lingua che non ne utilizzi (anche il giapponese negli ultimi anni, finalmente, si è adattato).


Sì, sono le amate e odiate parolacce che ci prendono per mano quasi subito da bambini e ci accompagnano fino alla fine, ma che, chissà perché, la società ce le fa vivere come un tabù, qualcosa da evitare, nascondere, mascherare mentre invece hanno una loro rispettabilità, una storia, un senso. E andrebbero conosciute e studiate, analizzate. Proprio quello che ora è possibile fare nell’innovativo workshop “Comunicazione e parolacce” (un ciclo di 6 lezioni, 12 ore di insegnamento) proposto dall’università Iulm di Milano e tenuto da Vito Tartamella, 58 anni, giornalista, scrittore e divulgatore scientifico.


 

POSTI ESAURITI

Il corso, iniziato lo scorso 20 febbraio, è riservato agli studenti di “Interpretariato e Traduzione”, “Comunicazione” e “Arti e Turismo” e ha immediatamente esaurito i 30 posti disponibili. «All’estero il turpiloquio è studiato regolarmente nelle Università: negli Usa, in Francia e nel Regno Unito ci sono da tempo corsi sull’argomento e in passato io ho tenuto conferenze nelle Università di Chambery (Francia) e Caxias do Sul (Brasile). In Italia invece questa è la prima volta: il tema era stato affrontato con qualche tesi di laurea, ma mai con un corso specifico e chiaro già nel titolo - spiega Tartamella -. Non è un peana per le parolacce né un invito ad un uso indiscriminato, ma il tentativo di dare dignità a un argomento che non sempre è preso sul serio. L’obiettivo è fornire ai giovani gli strumenti per comprendere correttamente queste espressioni. L’idea di questo corso mi è venuta vedendo quante volte, troppo spesso, le parolacce siano fraintese, e a volte strumentalizzate, sui giornali e in tv.

Il turpiloquio è il linguaggio delle emozioni e fa parte a pieno titolo della competenza linguistica: chiunque, per poter correttamente parlare e capire una lingua, deve sapere anche che cosa significa. Otto domande e 15 minuti di tempo per rispondere, ma solo dieci persone su 408 sono riuscite a superare il pre-test dell’esame di Microbiologia che il virologo Roberto Burioni usa da anni al San Raffaele di Milano. E così una studentessa di Medicina si è sfogata su Tik Tok in un video (poi rimosso) in cano queste parole. Perciò non ha senso fingere che queste espressioni non esistano. Al tempo stesso, però, bisogna imparare a riconoscerne il ruolo. Troppe persone tendono a considerare le parolacce un linguaggio di serie B, ma sbagliano: Leonardo, Dante, Mozart, tanto per fare qualche esempio, ne hanno fatto un uso meraviglioso».

Tartamella, della questione, è un massimo esperto e studioso: ha pubblicato il libro “Parolacce. Perché le diciamo, cosa significano, quali effetti hanno” (oltre 21mila copie vendute in 5 edizioni) e gestisce il blog parolacce.org. «Nel 2005 ero in vacanza in Sicilia, in spiaggia, e leggendo una rivista mi sono imbattuto in un articolo sull’argomento. Il tema era trattato in modo superficiale, ma l’idea era geniale. Così ho proposto al direttore di “Focus”, il mensile di scienza per cui lavoro dal 2004, di scrivere un pezcui si lamentava delle troppe persone bocciate. Persone da «30 e lode», che «non credo che non abbiano studiato». Burioni, in una lettera, ha spiegato che «il 17% dei partecipanti ignorava l’agente eziologico della scarlattina e che il 44% non ha saputo indicare come fare una diagnosi di influenza». (Getty) zo, che poi è diventato un’inchiesta. E ho approfondito la materia fino a diventarne studioso e appassionato».

Il workshop cercherà di svelare i segreti del turpiloquio con particolari approfondimenti in rapporto alle facoltà frequentate. «All’inizio gli studenti erano titubanti, poi si sono subito sciolti e hanno capito che c’è da lavorare. Quelli di “Interpretariato e Traduzione” potranno esaminare la traduzione delle parolacce, che in un Paese che ha una grande tradizione cinematografica è un problema all’ordine del giorno quando si deve doppiare in italiano un film o una trasmissione televisiva che arriva dall’estero.
Ma per farlo occorre conoscere i livelli di offensività delle parolacce in diverse lingue, oltre ai loro significati metaforici e ai modi di dire. E occorre sapere quali sono le espressioni più diffuse. Con gli studenti di “Comunicazione” analizzo alcuni casi venuti alla ribalta nelle cronache anche recenti, da Morgan a Sgarbi e Trump, e l’uso delle parolacce in politica (spesso un boomerang) o nelle campagne sociali o di marketing. Poi presento le statistiche sul turpiloquio, smontando con la forza dei numeri molti falsi miti (ad esempio che le parolacce abbiano solo effetti negativi) e racconto le scoperte della scienza in questo campo (le parolacce sono radicate in precise aree cerebrali e suscitano effetti fisici oltre che psicologici). Agli studenti di “Arti e Turismo” illustro la millenaria storia delle parolacce, nella letteratura, nell’arte e nel cinema, ricordando che il primo testo in italiano volgare conteneva una parolaccia».

 

DA SGARBI AL PAPA

Significati, sfumature, riferimenti: impossibile non restare affascinati da un aspetto del nostro linguaggio che si evolve e cambia di giorno in giorno. «Il dizionario italiano contiene circa 300 parolacce - racconta ancora Tartamella - e Internet ha amplificato tutto. I social influenzano tremendamente il turpiloquio: dietro lo schermo la gente si sente più coraggiosa e libera di offendere e viene utilizzato il triplo delle parolacce. In certi casi, poi, è l’obbligo della brevità a portare all’insulto: avendo pochi caratteri a disposizione si tende ad andare sul personale e sintetizzare l’offesa con una parolaccia. E in questo senso i personaggi pubblici sono un pessimo esempio». Politici, giornalisti, attori, cantanti.

«Sgarbi e Morgan sono tra i più grandi fornitori di parolacce- spiega Tartamella - e Mara Maionchi è un caso interessante per età e sesso: la sua forza è la spontaneità, che le permettere di dire cose al limite senza scandalizzare troppo. Il personaggio pubblico che più mi ha stupito? Beh, Papa Francesco. Fa scelte coraggiose per arrivare al cuore e all’intelletto della gente e, parlando dei preti pedofili, ha sdoganato anche una parolaccia (in Irlanda, nel 2018, ha detto: «L’omertà è caca» ndr)». Il turpiloquio non ha confini né limiti e tocca tutti perché è diretto, immediato. Colpisce nel segno. E l’ha sempre fatto. «Quando sono nate le parolacce? Bella domanda, però le racconto questa. Negli Usa, negli anni’70, fecero un esperimento: insegnarono il linguaggio dei gesti alle scimmie. Il risultato è che in poco tempo impararono spontaneamente a creare espressioni insultanti». Davvero sorprendente, sentitevi pure autorizzati a commentare con la vostra parolaccia preferita.

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