«Adesso cambia tutto», sussurra un vecchio politico milanese mentre la tv manda le scene della città devastata da centinaia di maranza e italiani di seconda generazione per il secondo giorno consecutivo. Se fino a questo punto la sicurezza è stata il mantra del centrodestra che l’ha giustamente cavalcato suscitando i sorrisi di compatimento della sinistra fighetta e salottiera al governo della città, e più attenta alla qualità della vita e all’inclusione che alle politiche securitarie, adesso non si scappa. Sarà l’ordine pubblico e la possibilità di vivere sicuri a casa propria il punto su cui si deciderà la prossima campagna elettorale per il Comune.
L’asticella si è alzata alle 14.30 di ieri. E non è un modo di dire. I violenti sono usciti dal recinto ristretto dei cortei e delle manifestazioni di piazza e hanno fatto irruzione nelle vite di tutti noi, scombinandole, sconvolgendole, portando distruzione, bombe carta, saccheggi, violenze. Non è più un problema di casseur francesi o studentelli parigini, teste calde e nostalgici del 68. Il salotto di Milano messo a ferro e fuoco da maranza e minorenni incappucciati, con la polizia costretta a caricare e lanciare lacrimogeni per difendere palazzi, negozi, famiglie e turisti è un’immagine che resterà impressa a lungo negli occhi dei milanesi. Così come i centri commerciali assaltati, le commesse impaurite, il fuggi fuggi dei turisti, le metropolitane sbarrate, i giornalisti con l’elmetto in testa e la piazza del duomo evacuata. Bombe carta, transenne e sassaiole contro carabinieri e polizia: si chiama violenza e da qui non si scappa.
È questa la Milano in cui vogliamo vivere? Troppo a lungo si è ragionato di centro e poi periferie. E si è visto il problema sicurezza come una questione che in qualche modo faceva gioco a una certa parte politica per contestare le scelte del sindaco. Ma da ieri non è più così. Una città devastata merita risposte chiare da chi la governa. E soprattutto una presa di coscienza netta.
E non sarà possibile cavarsela, come ha tentato di fare nelle prime ore dei disordini il sindaco Sala, con un semplice «condanniamo i violenti, ma attenzione che il governo poteva mandare più agenti». Le amministrazioni hanno una responsabilità chiara e questo ai cittadini non sfugge più. È vero che non si può impostare un programma di governo solo sulla sicurezza e serve offrire una prospettiva e una proposta in termini di vivibilità, traffico, politiche green. Ma se hai paura a passeggiare nel centro di Milano, se i ragazzini girano col coltello in tasca per difendersi dalle rapine e dagli assalti, se certi luoghi la sera sono proibiti, significa che un problema c’è e bisogna farci i conti.
Il centrodestra non si è fatto trovare impreparato. I candidati sindaci della coalizione si sono mossi subito: il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego (Forza Italia) si è recato dagli agenti bersagliati dalla sassaiola e dalle bombe carta mentre Silvia Sardone (Lega) è andata a fare visita ai poliziotti ricoverati negli ospedali. A quanto ci risulta, oggi è prevista anche una manifestazione di tutta la coalizione in solidarietà alle forze dell’ordine e a chi è stato danneggiato dalle violenze. E il centrosinistra che fa? Il Pd milanese se la prende con la destra che «soffia sul fuoco con polemiche strumentali». E il candidato sindaco alle primarie del Pd Lorenzo Pacini sugli scontri di sabato dice: «Io c’ero e ho visto ragazzi giovanissimi pestati dai manganelli della polizia. Le persone respinte con i lacrimogeni, spinte via dagli idranti. Poi è scattata la guerriglia urbana con i danneggiamenti ben raccontati da politici che, comodi dai loro uffici, si mettono a fare gli influencer. Sanno solo dire solidarietà alle forze dell'ordine». Poi c’è la questione del Lambretta, il centro sociale cui il Comune ha dato una bella sede in via Rizzoli. Sembra che stiano organizzando la rete di avvocati per l’assistenza legale dei giovani arrestati... Quando si dice, punti di vista diversi. Ma stavolta la differenza si vedrà anche alle urne.