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Ritratto

Giampaolo Pansa, il ritratto di Renato Farina: "Tanti errori di valutazione politica, ma intrisi di passione"

13 Gennaio 2020

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Giampaolo Pansa

È morto ieri il più grande cronista del dopoguerra. Giampaolo Pansa probabilmente è morto descrivendo la sua morte. Sapeva vedere cose che gli altri non scorgevano e le raccontava tenendoti attaccato alla pagina come se qualsiasi cosa accadesse fosse la premessa della fine del mondo. Nessuno scrisse come lui dei congressi democristiani, degli attentati delle brigate rosse, delle stragi di cui lui odorava la polvere e il sangue. La biografia di lui è tutta nei suoi libri, specialmente negli ultimi.

LA STORIA
Era nato a Casale Monferrato 84 anni fa. Sua mamma era una modista. E lui amava guardarsi in giro, raccontare a se stesso, già allora, le forme delle ragazze, l'alito dei vecchi. Si è laureato a Torino con una tesi sulla storia della resistenza. Studiò meticolosamente quanto accadde nel genovese. C'erano cose che non quadravano nel raffronto ormai consolidato delle lotte dei partigiani e delle cattiverie fasciste. E questo punto di domanda l'ha accompagnato tutta la vita fino a cercare e trovare delle risposte che gli hanno causato l'emarginazione e l'odio di una parte della sinistra. È stato lui il più importante storico di quegli anni oscuri che vanno dal '43 fino al '45. Anzi oltre il 1945. Ha rintracciato le tracce dell'odio dovunque si fossero manifestate. Specialmente quelle che nessuno aveva mai raccontato: specie delle volanti russe, il triangolo della morte in Emilia.

Questo è il Pansa oramai maturo, quello degli anni 2000. Ma in precedenza aveva regalato a tutti i lettori di quasi tutti i più importanti giornali italiani il racconto dell'Italia. Pansa ricordava che una volta Giorgio Bocca, con il quale spesso non era stato d'accordo, gli contestò che non avrebbe mai dovuto dirigere un giornale, perché, gli disse, «tu hai le dita d'oro». Del resto lui usava affermare «io non amo comandare né essere comandato». Si deve a lui il racconto del disfacimento della seconda Repubblica. Andava ai convegni, nei congressi di tutti i partiti. Però bisogna dire che non capiva nulla di politica. Aveva molto umanità nel raccontarla. Il suo problema era che la osservava con il cannocchiale. Prendeva proprio in mano il binocolo, se lo metteva davanti agli occhi e descriveva al microscopio. Ne uscivano racconti insieme epici e esilaranti. Ma non capiva nulla di politica. Perché non usava il cervello ma solo l'istinto. Lo portò a parlare malissimo della Democrazia Cristiana, bene del Partito Comunista Italiano, a distruggere Craxi solo perché la sua canottiera intrisa di sudore si rendeva visibile sotto la camicia nel «padiglione egizio» del congresso di Bari.

GLI ULTIMI TEMPI
Esaltò Scalfaro contro Cossiga. Attaccò Berlusconi sistematicamente negli ultimi tempi, se la prese sì con la sinistra, soprattutto con il «parolaio» Bertinotti, ma il suo nemico acerrimo fino all'ultimo momento è stato Matteo Salvini, da lui dipinto come una sorta di nuovo Hitler. Ma tutto questo non possiamo che guardarlo con rimpianto. Perché anche i suoi errori di valutazione politica, le sue esagerazioni nell'uso dei paragoni bestiali che fissava spesso con cattiveria per i suoi avversari politici, erano intrisi di una passione ormai introvabile. Credeva a ciò che scriveva, e lo scriveva benissimo. Anche quando inciampava nel pregiudizio. Ma con lui era bellissimo arrabbiarsi, perché si incazzava moltissimo, prendeva tremendamente sul serio qualsiasi osservazione, come tutti quelli che amano esibirsi in prima fila e restituire colpo su colpo. Ha contribuito a illustrare le immagini che si depositano nella nostra memoria. La «balena bianca» è roba sua. Così come Forlani è e sarà per sempre il «coniglio mannaro» e chissà per chi altri di cui noi non ricordiamo più la provenienza pansiana. Ha avuto l'immenso dolore di dover seppellire l'amato figlio, che aveva intrapreso una carriera come manager di altissimo profilo.

CONTESTATO
Tutti i suoi ultimi libri, hanno avuto per fautrice l'amatissima moglie Adele Grisendi, che come lui veniva da sinistra, lavorando alla Cgil, e con il tempo l'ha accompagnato nella scoperta della persecuzione perpetrata dai cosiddetti giusti contro i cosiddetti cattivi (i fascisti). Gentilissimo con tutti quelli che si mettevano in contatto con lui, li andava a trovare in ogni parte di Italia, con coraggio ha sfidato i vecchi comunisti che andavano a disturbare le presentazioni dei suoi libri e a minacciarlo. Si faceva un baffo di loro. Di recente aveva avuto una soddisfazione che lo riempiva di orgoglio: il ritorno al Corriere della Sera, cui negli ultimi mesi ha inviato articoli di memorie memorabili. Memorabili resteranno il suo nome e le sue cronache scritte su un tamburo. In tanti ci alzavamo la mattina sperando di leggere i suoi racconti dell'Italia che muore ogni giorno e fatica a risorgere. Cerea, caro Pansa.

di Renato Farina

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