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Vittorio Feltri: invecchiare è bello, si vedono morire gli altri. Cosa non torna nel libro di Antonio Polito

Davide Locano
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Tutto si può dire di Antonio Polito, uno dei migliori giornalisti su piazza, vicedirettore del Corriere della Sera, ma non che abbia l'attitudine ad emozionare il prossimo. La sua prosa è leggera, razionale, nessun ricciolo sentimentale. Non usa i colpi bassi della malinconia. Eppure è riuscito a commuovere il sottoscritto per l'ingenuità con cui ha affrontato un'impresa disperata. Con anima candida, affiorata in lui come il burro dopo essere stata centrifugata dalla vita, si è cimentato in un esercizio da pazzi e senza rete: esaltare la vecchiaia. Essa gli è tutta davanti, è una parete in cui non ha ancora piantato un chiodo. Ma quale un Cristoforo Colombo che non ha sciolto le vele della Santa Maria, cerca di mostrare a se stesso, ai coetanei, e al mondo intero, che le Indie dei tesori infiniti sono appena oltre l'orizzonte, così Polito fa con la canizie, sostenendo che è il massimo, ed è una divinità barbuta che versa cornucopie di bellezza, grazie e ricchezze non solo sui vecchi, anche sui giovani dai quali perciò si aspetta onori, gratitudine e forse pure baci da seriche ragazze in fiore. Figuriamoci. Leggi anche: "Manina o complotto?": Feltri smonta la buffonata di Di Maio Vorrei dirgli: giovane, che ne sai? Tu hai 63 anni, ti tieni in forma facendo ginnastica che non so per quale motivo adesso si chiama Pilates, sei un principiante della senilità, essendo giunto appena nel suo vestibolo, ti stai sistemando le mutande senza pannolone nello spogliatoio, però non hai cominciato a giocare, e già discetti del modo di vincere una partita impossibile. Ho detto della commozione. Perché? Perché Polito ha ragione: non serve aver ragione contro la protervia del destino. S'intende: il libro (Prove tecniche di resurrezione. Come riprendersi la propria vita, Marsilio, pp. 155, € 17) è bellissimo. Scritto da dio. Documentato. Ha persino perle di poesia e trasmette buon umore. Tuttavia ha un torto (o un merito?) inesorabile: è perfetta utopia. Polito si veste da Peter Pan e crea un'isola che non c'è. Purtroppo, come dice una pellicola dei fratelli Coen: questo non è un mondo per vecchi. NEO-REALISTICO Il racconto è da film neo-realistico. Un giorno, improvvisamente, quella faccia davanti allo specchio, non è più la tua. Era una vita che ci convivevi, bella o brutta, ti ci ritrovavi. Ma ecco sei un altro, inizia un altro te stesso, non solo una nuova età, ma sei tu ad essere una nuova, anzi vecchia bestia. Come provare ad essere felici, o almeno a cavarsela, mentre le forze si smorzano, e intorno scorgi sguardi che suggeriscono: «fatti più in là, tocca a noi»? Le cose sono peggiorate ai nostri dì a causa del diffondersi del linguaggio eufemistico: per non dire che hai oltrepassato l'invisibile soglia, e sei vecchio, anziano, hanno addirittura introdotto la formula «grande adulto», poveri noi, che falsità, che trucchi ridicoli. A tale avvenimento piuttosto importante nella vita di ciascuno - dopo il quale ce n'è solo uno piuttosto seccante, dotato di falce -, e a come viverlo bene, è dedicato questo saggio romanzesco, che merita di essere letto d'un fiato e poi meditato, attingendone lo spirito battagliero e i consigli pratici. Dico ciò a prescindere dal fatto, già annunciato, che io non ci credo. Credo nei particolari raccontati da Polito, adoro i suoi consigli. Tuttavia la prospettiva finale, e cioè che la vecchiaia possa essere un Eden, sia pure moderato, senza guizzi a causa del mal di schiena, somiglia a quei proverbi consolatori, tipo «sfortunato al gioco, fortunato in amore», con cui il popolo sistema gli sfigati. Certo, ci sono soddisfazioni ineguagliabili che ci si può prendere passata una certa età, ed è la possibilità di dire la verità, fottendosene. È quella che è stata chiamata la «mozione Scalfari». Il fondatore di Repubblica se ne uscì con codesta frase: «Se uno attraversa il decennio novanta-cento, e io sono a novantaquattro, allora quello è uno che... scusate... è uno che se ne fotte». Polito propone di non aspettare quell'età, di cominciare subito a sessantacinque anni. Personalmente, l'ho fatto. È la libertà che è il dono più prezioso che regalano gli dèi agli anni che passano. Si è prigionieri di un fisico ammosciato, ciononostante ci si è disfatti di altre catene: il conformismo, che non è affatto prerogativa della senescenza ma degli imberbi. Me ne rido della reazione scandalizzata dei giovani, o di quelli che si fingono tali per piacere, che pretenderebbero il servilismo dei vecchi alle idee correnti. ESERCIZIO TERAPEUTICO In realtà questa è l'epoca caratterizzata non dall'islamofobia o dall'omofobia, infatti musulmani e froci non sono mai stati così coccolati e vincenti, bensì dalla emarginazione e dalla crudeltà contro i vecchi. Per usare un termine coniato in rima con i precedenti siffatta attitudine persecutoria è definita «ageofobia», caratterizzata dall' «ageismo». Sarebbe il razzismo contro chi è “in età”. Se non avete mai sentito questi termini sociologici, scovati da Polito, ciò dimostra che il risvolto aggressivo della società contemporanea contro la non più «venerata canizie» esiste eccome, al punto che in vigore c'è il pregiudizio contrario, vale a dire il dominio della gerontocrazia. Vecchio è ormai un aggettivo spregiativo. Così si legge spesso «vecchio porco», invece giovane porco non esiste. Si guarda con un certo schifo un signore anziano che è rallegrato da una bella ragazza, o una donna matura che si accompagna a un giovanotto, quasi che le rughe siano viziose in sé. Si ritiene, non tanto sotterraneamente, che qualunque cosa faccia un anziano (lavorare, governare, amare, insomma vivere) sia un usurpare ciò che di diritto spetterebbe alla generazione successiva. E perché? Perché sì. Per levare assurdi complessi di colpa a chi si sta avviando o ha scavalcato i sessantacinque anni di età (in Italia siamo tredici milioni e mezzo) la lettura di Polito è un esercizio terapeutico perfetto. Fa crescere l'autostima. Il problema è che Antonio, neofita della vecchiaia, mette l'asticella troppo in alto. Parlando di felicità esagera. Cala Trinchetto. Del resto è egli stesso a citare Solone che dice al ricchissimo Creso: «Nessuno dei viventi è felice». Provarci va bene, contare di riuscirci è illusione. Quanto a tentare la resurrezione, il mio responso è che se ci si prova, a risorgere, ci si schianta. Prometeo è finito incatenato alla rupe con un'aquila a mangiargli il fegato. I cristiani - al cui concetto di resurrezione Polito si riferisce - non pensano di farcela da soli, chiedono soccorso, però per ora non è risorto nessuno tranne il Numero 1. Tuttavia, se si esclude il traguardo inarrivabile, le pagine pullulano di consigli salutari, che mi sento anch'io di sottoscrivere. Due tra i tanti. Coltivare la pazienza e l'umorismo. Vero è che a essere trattati come rottami, fa venire il nervoso. Si può resistere. Consoliamoci pensando che i giovani, i quali guardano male noi anziani, quasi fossimo scrocconi che gli occupano il posto auto, soffriranno quando noi avremo finito di patire. Così imparano. di Vittorio Feltri

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