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Mimosa Martini: "Ero l'inviata di guerra del Tg5. Quanti rischi, pure i talebani dicevano che ero mezza matta"

di Alessandro Dell'Ortodomenica 22 marzo 2026
Mimosa Martini: "Ero l'inviata di guerra del Tg5. Quanti rischi, pure i talebani dicevano che ero mezza matta"

11' di lettura

Mimosa Martini - capelli corti, camicia con il colletto alzato e sguardo penetrante - ci ha raccontato per 30 anni i fatti più tragici accaduti nel mondo, dalle Torri Gemelle alle guerre in Serbia, Afganistan e Iraq, dal terremoto ad Haiti alla rivolta in Egitto. Storica inviata per il Tg5 (è stata trai fondatori con Mentana), era capace di spiegare con chiarezza anche le vicende più complicate, precipitandosi di persona - con coraggio, ma anche un po’ di follia nei posti più lontani e districandosi con abilità e furbizia nelle situazioni più pericolose. Ora, a 65 anni, Mimosa fa la traduttrice e scrive romanzi. Ma senza aver perso l’istinto e il desiderio di partire, viaggiare, documentare.
 

Mimosa Martini, qui a Trastevere c’è sempre un’atmosfera magica. 
«Vivo lì all’angolo da 40 anni e adoro questo quartiere. Anche se ora, in realtà, preferirei essere altrove».


Già, l’istinto di partire dell’inviata di guerra. Dove andrebbe? 
«Tutti vorrebbero stare in Iran, è evidente, ma credo che in questo momento sarebbe più interessante raccontare Dubai. Al di là di essere sul posto, però, quello che mi manca di più è illustrare alla gente ciò che succede. Sa che molti mi fermano e me lo chiedono?».
Cioè? 
«Mi dicono: “Ah, Mimosa, con lei capivamo davvero tutto. Ci spiega come è la situazione?”. Questo mi lusinga. L’altra cosa divertente è che alcuni mi riconoscono dalla voce quando, magari di spalle, mi sentono parlare. Significa essere stata una presenza familiare che ricordano con piacere, anche se ora non sono più in tv».
A proposito, è in pensione? 
«No. Sono una matta, nel senso che a un certo punto, non trovandomi più bene, me ne sono andata da Mediaset senza essermi preparata un piano B. E non avevo ancora computo 60 anni». 
Di cosa si occupa? 
«Per mantenermi faccio la traduttrice letteraria di saggi e romanzi, principalmente dal francese e dall’inglese».
Ma scrive anche, vero? 
«Nel 2004 e nel 2008 ho pubblicato “Kashmir palace” e “Il volo del cuculo”. Ora sto lavorando a due romanzi: uno, che è un giallo, è ambientato in Mongolia; l’altro al Polo Nord. Tutti luoghi che ho visitato anni fa, perché io sono stata una grande viaggiatrice fin da bambina».
Allora torniamoci insieme alla piccola Mimosa. 
«Nasco a Roma il 12 marzo 1961 e...».
...il nome glielo danno per la vicinanza con l’8 marzo, giorno della Festa della Donna? 
«Sì, quando scoprono, durante il parto, che sono una femmina».
I suoi genitori, in quel periodo, che lavoro fanno? 
«Papà Giuseppe, originario di Ascoli Piceno, è un medico cardiologo e mamma Ida fa la casalinga, anche se ha studiato lingue».
Figlia unica? 
«No, ho un fratello maggiore che si chiama Stefano».
Che bambina è? 
«Molto buona, ma vivace, perché sono curiosa e coraggiosa. E ogni tanto sparisco».
In che senso? 
«Quando ho tre anni, per esempio, i nonni non mi trovano più: panico, poi scoprono che me ne sono andata via da sola e sono poco più in là, in mezzo a un capannello di persone, che intrattengo tutti con delle storielle».
Sono già le caratteristiche dell’inviato. 
«Anche perché inizio subito a viaggiare, prima con i miei genitori e poi, a 16 anni, con gli amici».
Scuole? 
«Dai 4 anni alla maturità frequento quella francese e divento perfettamente bilingue: la mattina entro in Francia superando il cancello dell’istituto e la sera, all’uscita, torno in Italia. L’ambiente in cui cresco è internazionale, ho compagni di tutte le culture e religioni e nasce già lì la voglia di raccontare. Ma commetto un primo errore». Quale? 
«Resto in Italia anziché proseguire gli studi in Francia».
Perché lo considera uno sbaglio? 
«L’Università qui a Roma, nei primi Anni ’80, è tragica».
A cosa si iscrive? 
«Vorrei fare “Lingue e letterature straniere” che per me sarebbe una passeggiata e mi permetterebbe, nel frattempo, di provare a fare la giornalista. Ma papà non è d’accordo: “Poi cosa fai, l’insegnante?”. Mi sento ferita e mi iscrivo a Economia: gli esami che mi piacciono vanno benissimo, ma poi, quando arrivano quelli tipo Ragioneria, vado in crisi, mollo e, dopo uno stop di due anni, passo a Sociologia».
Si laurea? 
«No, mi fermo poco prima della tesi anche perché intanto comincio a collaborare con Repubblica, Paese Sera e un giornale di turismo».
Il suo primo contratto vero, però, è con Radio 1. 
«Ho 21 anni e un giorno incontro Gianni Bisiach, il quale mi spiega che, proprio quella mattina, una delle sue redattrici ha rinunciato a un contratto: “Vieni, che ti proviamo per pochi mesi”».
E lo affianca alla conduzione di Radio Anch’io. 
«Programma meraviglioso in cui intervengono personaggi importantissimi, che ho il compito di invitare. La mia agendina cartacea con i numeri di telefono inizia con “Agnelli avv. Gianni” e poi prosegue con “Andreotti Giulio”».
Mica male. Come mai sorride? 
«Perché, sempre in quella rubrica, ci sono anche i recapiti delle amanti: in quegli anni non ci sono i cellulari e, in emergenza, chiamiamo loro per raggiungere l’interessato».
Dopo cinque anni, nel 1988, passa al Tg3. 
«Il sogno è la carta stampata, ma a un certo punto mi intriga la tv, che è un giocattolo più complesso. Così, quando Sandro Curzi, direttore del Tg3, viene ospite in radio, comincio a tampinarlo finché, dopo un anno e mezzo, mi prende con un contratto a termine».
Di cosa si occupa? 
«Delle rubriche, ma inizio anche a viaggiare: nel 1989 mi mandano in Unione Sovietica per la Perestrojka, ma soprattutto vado in Burkina Faso».
Come mai? 
«Leggo un articoletto su un giornale in cui si racconta del colpo di Stato, così propongo di intervistare Blaise Compaoré, che è salito al potere uccidendo Thomas Sankara, il predecessore suo grande amico».
Incontro complicato? 
«Mi tengono in hotel per una settimana senza far niente, poi mi portano nel palazzo bunker, inizio l’intervista con tutte le armi puntate e, a un certo punto, dico: “Lei ha fatto un colpo di Stato e ha rovesciato un suo amico”. E lui: “No, io non c’ero quel giorno, ero a casa con un po’ di febbre”. Capito? Si giustifica come se avesse marcato visita. Assurdo. Ma la cosa più inquietante succede ai saluti». 
Cioè? 
«Prende la mia mano, fa un sorriso ambiguo e mi fa una specie di grattino, con le dita, nel mio palmo destro».
Ci prova? 
«Eh, direi proprio di sì».
Torniamo alla sua carriera. Ad un certo punto lascia il Tg3 e va al Tg5. 
«Il mio impegno non viene riconosciuto e Curzi propone un nuovo contratto nel quale dovrei rinunciare a quasi dieci anni di diritti acquisiti. La considero un’ingiustizia, voglio far causa, ma improvvisamente mi chiama Enrico Mentana».
Che tempismo: la salva nel momento giusto. 
«Macché. Inizialmente rifiuto, perché in quel periodo conta solo la Rai, e poi chiedo consiglio a Curzi, il quale però, a sorpresa, mi suggerisce di accettare l’offerta di Canale 5. Per me è una coltellata: vado al colloquio e firmo. È la mia prima assunzione a tempo indeterminato».
E diventa, con Mentana, una delle fondatrici del Tg5, che parte il 13 gennaio 1992. 
«Si comincia da zero, l’azienda non ha una cultura dell’informazione, non ci sono corrispondenti dall’estero e, ogni volta che succede qualcosa, mi viene chiesto di partire».
Il primo conflitto che segue per il Tg5? 
«Quello in Bosnia, dove per alcuni colleghi divento la Madonna di Sarajevo».
Raccontiamo. 
«Parto da Spalato alle 4 di mattina per andare a Sarajevo, al check-point dell’aeroporto gestito dai caschi blu francesi, e mi affido a un autista, un ragazzo serbo-croato, totalmente inesperto, che fa l’unica strada sconsigliata: quella che passa per la Bosnia centrale e dal monte Igman, dove ci cono le batterie pesanti dei serbi».
E che succede? 
«Veniamo fermati da un civile: “Queste due signore devono andare a Sarajevo, le portate con voi?”. Le facciamo salire e proseguiamo, ma arrivati a valle troviamo tutto allagato, la strada è inondata. E improvvisamente si apre la portiera».
Chi è? 
«Un uomo armato che sale, mi punta la pistola alla nuca e urla. Io resto calma e dico all’autista di fare tutto quello che viene chiesto: proseguiamo con il rischio di affondare, veniamo obbligati a fare tutta una serie di manovre particolari e, a metà percorso, vedo il tettino di un’auto rossa che è finita sotto l’acqua».
Come vi salvate? 
«Improvvisamente si accendono dei fari militari: siamo arrivati dai caschi blu francesi. Il tizio se ne va senza dire nulla e, con lui, si allontanano pure le due signore, così capiamo che era semplicemente un locale che ci ha portato lì in sicurezza. Ma poi...».
...poi? 
«Mi accorgo che davanti ai caschi blu ci sono i giornalisti de L’Espresso, Repubblica e Ansa, completamente bagnati, che piangono e chiedono aiuto: erano loro quelli dell’auto rossa. Allora apro la portiera della nostra jeep bianca, che sembra una Papamobile, e urlo ai grandi inviati della carta stampata: “Sono Mimosa Martini del Tg5, come posso aiutarvi?”. Poi scendo e inizio a parlare con i francesi, convincendoli a farci passare e anche a recuperare la famosa auto rossa. Da quel momento, per loro, divento la Madonna di Sarajevo, che è apparsa e li ha aiutati».
In Bosnia, lei, rischia mai la vita? 
«Mi salva il fumo. Un giorno, in auto, sono seduta dietro, abbasso la testa per prendere una sigaretta nella borsa e in quel momento un cecchino spara: il proiettile rompe i finestrini, entra ed esce. Fossi rimasta ferma, mi avrebbe colpito in pieno».
L’11 settembre 2001 la mandano negli Usa per le Torri Gemelle. 
«Sono tutti in vacanza, anche Mentana che, saputo dell’attacco, mi telefona: “Parti, voglio che tu vada a New York”. Mi imbarco sul primo aereo disponibile che, però, arrivato a metà Atlantico torna indietro. Non mi arrendo, dormo a Fiumicino e la mattina trovo un altro volo: il 13 settembre, dopo mille peripezie, sono a Ground Zero. Ed è un incubo».
Primo impatto? 
«Terribile, mi sento sola e circondata dalla morte».
Chiuda gli occhi: che odore ricorda? 
«Di bruciato».
Che rumore? 
«Il surreale silenzio di Wall Street».
La più grande difficoltà professionale in quel momento? 
«Fare le riprese perché non ho il permesso per stare a Ground Zero. Per fortuna, però, ogni mattina riesco a intrufolarmi tra i volontari passando, di nascosto, da un varco ricavato in una rete metallica».
Quanto tempo si ferma a New York? 
«Diciassette giorni. Poi mi chiama Mentana: “Ti voglio in Pakistan, perché la storia ora si fa lì”. E parto, senza passare dall’Italia».
Sì, perché nel frattempo, il 7 ottobre, Bush bombarda l’Afghanistan. 
«Ad Islamabad ci sono giornalisti di tutto il mondo, siamo più di 300. E l’obiettivo, per tutti, è andare a Kabul, dove però è tutto blindatissimo».
Lei come ci arriva? 
«Dovrei partire con il convoglio di Maria Grazia Cutuli che poi viene ammazzata -, ma all’ultimo momento cambio programma. Nel frattempo chiudono il passaggio via terra e vengo a sapere che l’Onu sta pensando di mandare là qualcuno dei suoi con un piccolo aereo. Allora li contatto: “Per imbarcarmi quanti soldi volete?”. “Duemila euro”, rispondono. Pago e mi ritrovo in Afghanistan».
Cosa trova a Kabul? 
«Il caos, anarchia assoluta: in giro ci sono solo i tagliagole. Ma quella volta in piazza...».
Che succede? 
«È novembre, c’è un freddo terribile e per coprirmi mi metto la “superpippo”, le mutande militari lunghe di lana appena acquistate in Pakistan, con sopra un paio di pantaloni aderentissimi. Ad un certo punto io e l’operatore decidiamo di fare delle riprese dall’alto e saliamo sui resti di una fontana. Intorno a noi ci sono solo uomini di ogni età che, piano piano, si avvicinano incuriositi, anche perché è da sei anni che non vedono il viso di una donna per strada. Improvvisamente - taaac - sento una mano che affonda con forza sulla mia chiappa».
Una palpata vera? 
«Mi giro di scatto e ci sono un’infinità di occhi sgranati di fronte al mio lato B, che è esattamente all’altezza dei visi. Allora, con il dito puntato verso la folla, urlo in italiano: “Il prossimo che ci riprova lo ammazzo”. E tutti abbassano la testa, impauriti».
Meraviglioso. 
«D’altronde pure gli stessi talebani, in quel periodo, dicono che sono mezza matta. Se vuole le racconto di Rateb Polal soprannominato “Il terrore”».
Urca. E chi è? 
«Personaggio incredibile, un omone di 39 anni alto due metri, senza un occhio e senza un braccio, un capo tribù importantissimo. Una volta gli racconto di una delle mie irruzioni a sorpresa a Kabul, senza velo, per cogliere tutti alla sprovvista e fare delle riprese: “Rateb, sono appena stata al Palazzo del cambio - spiego -, dove ho visto un’infinità di mazzette di soldi di ogni valuta, e ho filmato tutto”. Lui ascolta e poi, con il suo inconfondibile vocione, commenta: Mimosa, you are crazy, Mimosa sei pazza. E chiama subito i suoi amici per raccontare a tutti della mia impresa».
Rateb, in Afghanistan, è una delle sue fonti? 
«Sì, mi aiuta molto e mi salva anche un paio di volte. Mi vuole bene, anzi è pazzo di me».
Nel senso innamorato? 
«Sì, ma si comporta sempre da signore. Ogni tanto mi telefona a casa e dice: “Mimosa, mi annoio. Vieni da me che guardiamo una puntata di Friends?”. Surreale. E, a proposito di cose surreali, sa dove manda sua mamma, in quel periodo, per proteggerla dai bombardamenti?».
Dove? 
«Nel Qeens, uno dei distretti di New York. Incredibile».
Mimosa, lei tra New York, Pakistan e Afganistan sta via da casa, ininterrottamente, per quattro mesi. Come è il ritorno in Italia? 
«Pesantissimo. Arrivo alla vigilia di Natale e trovo tutto addobbato, la gente che pensa solo ai pranzi e ai regali mentre io, fino a pochi giorni prima, rischiavo la vita e facevo la fame. Così mi viene quella che chiamano “sindrome del reduce” e fatico a tornare alla normalità: per uscirne completamente ci metto tre mesi».
Continuiamo con la sua carriera: nel 2003 segue la guerra in Iraq. 
«Non ho il visto per entrare a Bagdad e, inizialmente, faccio le dirette dal Kuwait City. Poi parte l’invasione di terra e cerco di capire come arrivare in Iraq. Affitto una jeep, la allestisco, faccio scorte di cibo e, quando mi raggiunge il mio operatore, partiamo: io alla guida e lui che fa le riprese».
Nel 2009 è in Iran. Indimenticabile quando... 
«Teheran, 13 giugno, cominciano le rivolte per strada e la macchina sulla quale viaggiamo io, l’autista, l’interprete e l’operatore locale resta bloccata in una stradina. Apro la porta e, mentre tutti mi urlano di non farlo, corro verso gli scontri e, con il cellulare, scatto foto e giro filmati. Una follia».
Nel 2011 è in Egitto per la caduta di Mubarak. 
«Terrificante. Resto senza operatore e, anche lì, faccio tutto io: riprese e stand up».
Mimosa, la sua esperienza al Tg5, però, si conclude nel 2014. Perché? 
«Non piaccio al direttore Mimun e, come tutti quelli della vecchia guardia legati a Mentana, vengo vista male. Mi spostano all’agenzia News Mediaset, ma poi, nel 2021, quando mi accorgo che l’azienda mi fa la guerra, mi dimetto».
Ultime domande veloci. 
1) Un evento storico che avrebbe voluto raccontare? 
«La caduta del “Muro di Berlino”».
2) Può citare un solo collega inviato di guerra: chi sceglie? 
«Lorenzo Cremonesi del Corriere, bravo e matto».
3) Lei ha viaggiato in quasi tutto il mondo. C’è un posto che non ha ancora visto? 
«Mi mancano l’Australia, l’Oceania e una parte del Sud America: il Cile e l’Argentina».
4) Non abbiamo parlato della sua vita privata... 
«Non sono sposata, ora sono single e non ho figli».
5) Al di là dei rischi, c’è una difficoltà dell’inviato di guerra che la gente non immagina? 
«I soldi. Il Tg5 mi dava una carta di credito coperta per soli 1.500 euro al mese. Spesso non bastavano ed erano guai, anche perché in certi posti, come Kabul, i soldi servivano per salvarti la vita».
Ultima domanda: le proponessero di tornare di tornare in tv accetterebbe? 
«Se ci fosse da andare in giro per Mentana, come ai vecchi tempi, farei subito la valigia».