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Quanti giornalisti irrispettosi verso le donne di centrodestra

Si dirà: è il solito complesso di superiorità della sinistra. No, piuttosto maschilismo dozzinale. Che su donne non allineate a sinistra, ormai è largamente dimostrato, è tollerato, giustificato, persino elogiato
di Annalisa Terranova lunedì 30 marzo 2026

3' di lettura

Si racconta che Ludovico il Moro, mentre era scortato dai francesi che lo portavano prigioniero a Loches, fu oggetto di assalti da parte della plebaglia, con sassi e insulti. Lui si sentì male e mai non seppe spiegarsi cosa fosse accaduto, volendo il suo buffone di corte accanto per consolarsi della crudeltà della sorte. Questo per dire che infierire sul vinto, o su chi si considera tale, è costume tanto antico quanto, appunto, plebeo. Ma c’è, nello scherno post-referendario che colpisce chi si è schierato convintamente per il Sì, anche quella malevolenza tipica dei maschi cui piace fare i galli cedroni, perdendo di vista il senso del limite. Che bisogno c’era, altrimenti, di infierire su Gaia Tortora, figlia di una vittima simbolo di malagiustizia? E che bisogno c’era di fare cori contro un magistrato, Annalisa Imparato, con sguaiati saltelli dentro un tribunale che si è avuto il coraggio poi di definire “liberatori”? È come se fosse tornata la tentazione brutale, ancestrale, di considerare le donne il primo e più accessibile e più indifeso bottino di guerra. Usando il linguaggio, lo sberleffo, come arma, certo, ma ferendo con algida cattiveria. Sorvoliamo sulla figura di Giorgia Meloni, la nemica numero uno contro la quale ogni insulto è consentito, da “bastarda” a “cortigiana”.

Un atteggiamento che conferma le analisi di Foucault sul “mostro politico” come incarnazione di “pericolo” per la società. Veniamo a Marco Travaglio che accusa Gaia Tortora di non avere testa. Significa che lei è sì figlia di un uomo che ha patito un’ingiustizia ma la sua voglia di vendetta non la rende lucida, il suo caso personale la rende irrazionale e dunque trasforma la sua battaglia per il Sì in una condotta emotiva, tipica di donne che appunto non hanno testa, isteriche o uterine o chissà cos’altro. Ce n’era bisogno? No. Ma appunto tirare sassi al “vinto” è lo sfogo per eccellenza del popolino. Poi abbiamo Massimo Giannini che titola il suo podcast “Gasparri, nonna Craxi e le finte svolte della destra a pezzi”. È vero, è stata Stefania Craxi a definirsi “nonna”, ma per dire che il suo è stato un “normale avvicendamento” di cui si parlava da tempo. “Rinnovamento? Sono nonna...”. Nel titolo di Giannini, però, quel “nonna” accanto al nome Craxi significa che quell’avvicendamento sa di vecchio, è qualcosa di ammuffito che non può funzionare dinanzi all’onda della presunta “meglio gioventù” che si è schierata per il No. Insomma l’intento denigratorio c’è ed è evidente come nell’articolo de La Stampa che costrinse Giannini a scusarsi per l’espressione rivolta alla figlia di Giorgia Meloni, Ginevra, “prodotta con la collaborazione del compagno autore Mediaset”. Così, come se la bambina fosse un barattolo di pomodori, un farmaco da banco o chissà che altro. Il top però è l’articolo di domenica sul Fatto che Pino Corrias dedica a Marina Berlusconi e Stafania Craxi chiedendosi, fin dal titolo, se le due hanno lo stesso psichiatra, “schiacciate” come sono da ingombranti figure paterne di cui “non sono mai state all’altezza”. Persuase di averli sempre “delusi” quei padri assenti che le trascuravano: un “tormento” visibile nella “timidezza aggressiva” delle due donne con quel “tono infantile” della voce e lo “sguardo sempre allarmato”, destinate alla solitudine per avere troppo amato i rispettivi babbi-padroni. Due nevrotiche, insomma, che finalmente a sessant’anni hanno forse trovato il coraggio di diventare adulte.

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femminismo

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