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Maurizio Martina polverizzato, vendetta nel Pd: che fine oscena fa l'ex segretario

16 Marzo 2019

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Maurizio Martina

Maurizo Martina non ha fatto in tempo a perdere le primarie e già si ritrova solo e rottamato dai suoi ex sostenitori renziani. La sua è solitudine del numero zero, una desolata condanna politica che sigilla un percorso subalterno, incolore, destinato appunto a sconfitta certa.

La notizia di ieri è che la pattuglia dei papaveri fedeli all' ex premier ha abbandonato le fila martiniane per trattare con il neosegretario Nicola Zingaretti. Obiettivo: presentarsi all' assemblea di domenica con un blocco unitario convergente sul nome di Paolo Gentiloni come presidente del Partito democratico. Con queste premesse, venerdì sera, Luca Lotti, Lorenzo Guerini e Ettore Rosato si sono riuniti e hanno deciso di staccarsi dall' area di Martina per muoversi in modo autonomo dal loro candidato trombato e dall' altro perdente, Roberto Giachetti, affiancato invece dall' ala dura dei renziani (tendenza Matteo Orfini) che ancora resiste all' idea di promuovere il successore di Renzi a Palazzo Chigi.

Al netto del labirintico gioco dei tatticismi e delle guerriglie familistiche tra correnti passate e future, resta il dato politico e personale relativo a una leadership tanto pretesa dal diretto interessato quanto mancata per carenza di forza e di qualità. Martina nasce gregario e termina la sua corsa nell' ombra dalla quale è stato ripescato nel momento dell' estrema necessità.

IL GRIGIORE NON PAGA
Dopo la batosta elettorale del 4 marzo 2018, l' anonimo ex ministro dell' Agricoltura si è trovato a gestire uno psicodramma collettivo e una transizione che si voleva morbida ma si rivelò calamitosa. I dirigenti del Pd lo scelsero immaginando in lui il male minore, e con questi presupposti gli fu appiccicata addosso l' etichetta di una scadenza ravvicinata inesorabile. Il guaio è che Martina, per foga tardogiovanile o per solerzia da sopravvissuto postcomunista, ha preso l' incarico maledettamente sul serio. E tuttavia bastava dare un' occhiata all' organigramma della sua segreteria licenziato nel luglio scorso, per comprendere che il disegno nasceva bruttarello e macilento.

«Né vintage come un Politburò né nuovo come un partito nuovo», scrivemmo allora su Libero di fronte a una nomenclatura di compromesso che rispecchiava gli equilibri interni a una classe dirigente fallimentare. Dai renziani Matteo Ricci, Lia Quartapelle e Tommaso Nannicini fino agli arcinemici del renzismo Gianni Cuperlo e Francesco Boccia, passando per altre più oscure personalità, la sfilata di nomi e funzioni rappresentava il prologo di un fallimento annunciato. E così è stato, poiché il Pd di Martina ha preferito prolungare lo stallo agonico per un anno intero piuttosto che armare un congresso lampo per regolare ogni conto.

INCONCLUDENTE
Risultato: lo scaltro manovriere Zingaretti ha avuto a disposizione il tempo necessario per costruirsi una cordata ambiziosa e competitiva, attirando i più credibili (pochi) fra i renziani (a cominciare dall' ex ministro dell' Interno Marco Minniti) e lasciandosi alle spalle i litigiosi superstiti di una stagione finita tra le macerie. La vittoria ha arriso al governatore del Lazio grazie al lento suicidio collettivo di tutti i suoi rivali. E qui torniamo ai limiti strutturali di Martina, le cui terga patiscono adesso il sonoro calcio degli asini dem sui quali s' illudeva di esercitare una qualche autorità. La vanità spesso procede in coppia con l' inconcludenza, ma raramente i due elementi trovano un domicilio così esemplare nel quale accomodarsi. Per una volta, con il senno di poi, Martina avrebbe avuto interesse ad ascoltare l' antipatico ma valoroso Carlo Calenda: dopo l' ultimo tracollo nelle urne, bisognava subito radere al suolo lo stato maggiore. Oggi, invece, resta scolpita a lettere di fuoco su una lapide la profezia distillata via cellulare da Matteo Richetti a pochi giorni dalla conta fatale delle primarie: «Martina può andare a cagare domattina». E domattina è arrivata.

di Alessandro Giuli

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