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Attilio Fontana e la Lombardia, il piano segreto del governo: avvelenano i pozzi per piegare l'autonomia

Renato Farina
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Bisognerebbe aggiungere un comma alle leggi che tutelano dalle discriminazioni razziali, religiose e sessuali. Andrebbe dedicato alla lotta contro la lombardofobia. L'abbiamo sempre presa un po' sul ridere, questa mania di bersagliare con insulti e pregiudizi il popolo da dieci milioni di esseri umani abitanti nel quadrilatero il cui perimetro è segnato dalle Alpi Retiche e dai fiumi Po, Ticino e Mincio con le dolci protuberanze dell'Oltrepò pavese e mantovano. In realtà qui a Libero non abbiamo mai supportato e sopportato le leggi che puniscono la libertà di parola e di opinione, anche quando espressero sentimenti pessimi e giudizi sgangherati. L'odio non è un reato (peraltro non esiste neanche il reato di avere la faccia come il culo). Ma le discriminazioni pratiche, l'attentato ai diritti politici e di libera iniziativa, la diffamazione che diventa addirittura calunnia con l'intento di smuovere le procure e sfregiare un popolo, quello merita ribellione in nome della Costituzione e persino dei diritti umani. Esageriamo? Sono esagerate le aggressioni e le provocazioni, che ormai vedono in azione delle cannoniere politiche, giornalistiche in attesa di procedere con quelle giudiziarie. I lombardi tollerano. Accettano di essere ridicolizzati con le gag sugli imprenditori brianzoli cretini e razzisti, o sui bergamaschi valligiani raffigurati come minus habens. Ma sì, ridiamone: bisogna pur farsi perdonare di essere più bravi e più ricchi. Stavolta è un'altra storia: si avvelenano i pozzi, si costruiscono leggende assassine onde preparare lazzaretti per cittadini di serie B. Bestie da soma. Mammelle da reddito per il centro-sud, ma senza la possibilità di autogoverno. Sarà bene si sappia. La Lombardia, cari Lorsignori de noantri, non accetterà di essere ridotta a campo di lavoro, senza diritti politici, con aggressioni alla sua classe dirigente e al suo sistema sanitario e industriale, costruendo pretesti per depredarla meglio. Non siamo cappuccetto rosso e neanche verde. Li riconosciamo i lupi.

 

 



 

Fiumi di palta - Esagerano. Il fiume della schifezza che arriva da Roma ma trova anche rivoli di sostegno tra le quinte colonne locali, va arginato con vigore, va ricacciato indietro. Chiama risposte di massa e di vertice, meno ironiche ed educate di quelle finora intraprese. E su questa base ci piacerebbe trovare alleati anche fuori dal territorio padano. Non contiamo sulle cariche istituzionali, anche se ci piacerebbe una visita a sostegno di Sergio Mattarella, il quale magari dica un «non ci sto» a questo linciaggio. Pasolini parlò di genocidio culturale contro la cultura cattolica e contadina operato dalla tivù. Be' adesso le tivù a ranghi (quasi) completi stanno tentando un genocidio culturale lombardo. Stanno salendo in troppi sui cumuli dei nostri morti per offendere chi li ha pianti, loro che guardavano a questa catastrofe preoccupandosi soltanto di separare il loro destino da quello della Valseriana e del Lodigiano.

Spara sulle vittime - Ce lo ricordiamo ancora quel giorno di febbraio in cui Giuseppe Conte (25 febbraio) incolpò del primo contagio i medici di Codogno, trasformando l'Italia nel Paese degli Untori del mondo. Allora lo accusammo di inavvedutezza. Di danno inferto all'intera comunità nazionale e al Tricolore. Abbiamo capito dopo, ascoltando il ministro Francesco Boccia, e poi le campagne di stampa di Repubblica, della Rai, di La7, del Fatto e persino del Corriere della Sera che l'intenzione era precisa: ferire la Lombardia, ridurla ad ambito di lavori forzati. Arrivando persino ad accusarla di aver fatto morire i suoi figli per non smettere di lavorare. Questa è stata l'accusa lanciata subito dal governo e ripresa dal corpus degli pseudo-intellettuali di sostegno sudista e centralista: e cioè che i leader regionali (putacaso di centrodestra) avessero scientemente rifiutato di isolare come zona rossa Nembro e i comuni circostanti della provincia di Bergamo. L'avevano fatto per costringerli a lavorare al servizio dei padroni e avevano condannato i vecchi a morire nelle Rsa perché inutili. Falso. Ha dovuto frenare il linciaggio in corso addirittura la Procura orobica, sollevando con nettezza la giunta del Pirellone da ogni responsabilità. Non l'avesse mai fatto. La pm è stata a sua volta oggetto di lazo e trascinamento per i piedi da quel bounty killer di Travaglio. Povera Lombardia. La parola d'ordine intonata dai trombettieri anche in queste ore è: umiliarne la carica vitale, spegnere il motore della locomotiva morale della nazione italica. Prima - come abbiamo detto - i medici. Subito dopo il popolo, colpevolizzato in due modi: rinfacciandogli la volontà di autonomia stabilita con referendum plebiscitario nell'ottobre del 2018 (il ministro Francesco Boccia su La7, 31 marzo; il capo dei grillini, Vito Crimi, con la richiesta di commissariamento), attaccando sistematicamente chiunque si lamentasse per gli episodi di muri alzati contro i lombardi per non averli come lebbrosi tra i piedi e gli insulti silenziati loro dedicati a Roma e altrove (la scritta ai Parioli: «Bergamo ti odio»). Adesso imbastendo con amplificazioni disgustose della disinformacija Rai (Rai! Servizio pubblico!) con accuse risibili al presidente Attilio Fontana, che ha il solo torto di essere una persona perbene.

Alla riscossa - Giuseppe Verdi compose, da emiliano incoronato a Milano, «I Lombardi alla prima crociata». Il coro fa venire i brividi con la preghiera «O Signore, dal tetto natio». I Lombardi ricordano in questo canto la natura e la pace della loro terra, ma invece di riposare sui laghi gli tocca adempiere la loro missione di civiltà. Allora a Gerusalemme. Adesso in questa Italia. Che Paese! Scendo subito, scusate, sono salito troppo in altro. Ma siamo tanti a sentire dentro di noi, così come altri delle Regioni settentrionali, ma noi di più, un desiderio di riscossa. Niente vendetta. Ristabilire la verità delle cose. Noi umilmente ci metteremmo volentieri a imbastire i preparativi di un'altra crociata, ma non abbiamo tempo, ci tocca lavorare, chi se no nel frattempo manterrebbe le nostre famiglie, e pure quelle del resto d'Italia? Ci tocca lavorare, mentre arrivano cannonate di fango da divani dove campa buona parte dei nostri fratelli mantenuta dal surplus di tasse pagate da questa parte del Po. Ci tocca lavorare, mentre dalle sale damascate del potere, dove siedono sprofondati nell'incapacità ministri senza storia, si decide di mungere vieppiù la Lombardia negandogli il fieno di sostegni immediati per il latte di tutti. Ci rendiamo conto di essere i Dalit, i fuoricasta d'Italia. Trattateci per favore come i neri in America. Dateci nel governo le quote lombarde. Tutelateci come si deve fare con i gay. Intanto noi organizziamo un Lombard-Pride.

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