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Pietro Ichino a Senaldi: "A settembre licenziamenti inevitabili". Gli effetti del lockdown e del reddito grillino

Pietro Senaldi
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Tra gli assenti illustri agli Stati Generali di Conte c'è il professor Pietro Ichino. Ex parlamentare del Pd, ma soprattutto giuslavorista tra i più importanti del Paese, e professore di Diritto del Lavoro all'Università Statale di Milano, nonché commendatore della Repubblica insignito motu proprio dal presidente Ciampi. Ichino è in libreria da qualche giorno con la sua ultima fatica, L'intelligenza del lavoro (Rizzoli), un testo che non si limita ad analizzare l'attuale situazione del mercato ma si prefigge di indicare il modo per far sì che chiunque possa trovare l'ambiente e il datore di lavoro ideali.

 

 

 

 

Professore, tutti si attendono un'ondata di licenziamenti a settembre o quando scadrà il divieto di licenziare. Anche lei?
«È inevitabile. Ma prorogare il blocco, con l'integrazione salariale necessariamente connessa, sarebbe un errore».
Davvero?
«In molti casi l'integrazione salariale quasi automatica genera un incentivo perverso all'inerzia o alle attività pagate fuori-busta. Piuttosto, meglio lasciare che cessi il blocco e rafforzare il trattamento di disoccupazione e i servizi per l'impiego».
È stato fatto tutto il possibile per sostenere l'occupazione durante e nel post-Covid?
«Le inefficienze e gli errori più gravi non li vedo tanto in questo campo, quanto piuttosto in quello del lavoro pubblico».
In che senso?
«In troppi settori - per esempio molte amministrazioni regionali e comunali, amministrazione fiscale, personale amministrativo di scuole e università - l'epidemia ha favorito il trionfo dell'opportunismo: chiusure a oltranza, al di là di ogni limite ragionevole, in omaggio alla massima sicurezza possibile. Nella funzione pubblica si è enormemente dilatata la portata del lockdown in modo irresponsabile».
Il ministero della funzione pubblica dice che erano tutti al lavoro in regime di smart working...
«In alcuni casi è stato così; ma nella maggior parte dei casi è stata solo una lunga vacanza retribuita al cento per cento. Si sarebbe potuto almeno estendere a questi settori il trattamento di integrazione salariale, destinando il risparmio a premiare i medici e gli infermieri in prima linea, o a fornire i pc agli insegnanti, costretti a fare la didattica a distanza coi mezzi propri».
Quali saranno le maggiori difficoltà a cui andremo incontro sul fronte del lavoro ora?
«Per prima quella di cui soffre da sempre il nostro mercato del lavoro: la difficoltà di incontro fra domanda e offerta».
Nelle settimane e mesi prossimi, però, non ce ne sarà molta di domanda di lavoro...
«Prima del lockdown, Anpal e Unioncamere censivano in Italia più di un milione di posti di lavoro qualificato o specializzato permanentemente scoperti per mancanza di persone adatte a ricoprirli. Ammettiamo pure che questa domanda insoddisfatta si sia ridotta del dieci per cento: basterebbe comunque a dimezzare la disoccupazione, o quasi, se fossimo in grado di attivare i percorsi necessari».
Che cosa manca?
«Servizi efficienti e capillari di informazione, orientamento professionale, formazione mirata specificamente agli sbocchi occupazionali esistenti, quindi organizzata in collaborazione con le imprese interessate. E della quale si controlli a tappeto la qualità, cioè si rilevi sistematicamente il tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi».
Per la ripresa aiuta di più il divieto di licenziamento (ricetta italiana) o la libertà di licenziamento (ricetta anglosassone)?
«In tempi normali, il divieto è utile solo contro i licenziamenti discriminatori, di rappresaglia, o comunque dettati da motivi illeciti. Al di fuori di questo, può fare solo danni: molto meglio il filtro costituito dall'indennizzo a carico dell'imprenditore. La sicurezza economica e professionale delle persone che vivono del proprio lavoro non si può garantire ingessando i rapporti, ma solo sostenendole efficacemente nella transizione dalla vecchia occupazione alla nuova».
Quale proposta farebbe agli Stati Generali?
«Di investire molto di più per innervare il mercato del lavoro dei servizi indispensabili, che oggi difettano drammaticamente. È irragionevole che in questo momento, nel quale troviamo con facilità decine di miliardi da spendere per le politiche passive del lavoro, cioè per il pur necessario sostegno del reddito di chi è senza lavoro, non troviamo neanche un euro da investire sulle politiche attive».
Ma abbiamo investito molto sui navigator...
«Per far bene il mestiere del job advisor occorre una formazione assai più strutturata e sofisticata di quella di cui dispongono anche i migliori tra i navigator».
L'impressione è che il governo stia imboccando la via di un'economia sussidiata più che quella della ripresa delle imprese...
«Certo, in queste settimane si assiste a un grande revival degli aiuti di Stato, nelle forme più svariate. Se fosse solo legato alla contingenza, potrebbe anche andar bene; ma sono in troppi a teorizzare, invece, il ritorno dello Stato-imprenditore. Mentre lo Stato non sa fare questo mestiere».
Il suo ultimo libro si intitola «L'intelligenza del lavoro».  A me pare che il lavoro sia intelligente ma i lavoratori no e i sindacati ancora meno: lei che ne pensa?
«Una parte della forza-lavoro già dispone dell'intelligenza necessaria per usare il mercato a proprio vantaggio e riuscire a scegliersi l'imprenditore. Il problema è la parte che non ne dispone. Quanto ai sindacati, la questione si pone in modo diverso».
Cioè quale?
«Nel libro io propongo la distinzione tra il sindacato "alfa", quello tradizionale, che si considera tutt' altro rispetto all'impresa, e il sindacato "omega", che invece ha come obiettivo, dove possibile, quello di guidare i lavoratori nella negoziazione della scommessa comune con l'imprenditore sul piano industriale innovativo».
Non crede che Landini stia cercando di riportare indietro l'Italia di 50 anni?
«Landini è il leader dell'ala del movimento sindacale che preferisce il modello "alfa". Nella mia visione il futuro appartiene al sindacato "omega". Ma, come ho appena detto, che prevalga l'uno o l'altro dipende in gran parte dalla qualità degli imprenditori. Ogni imprenditore ha il sindacato che si merita».
Parliamo degli imprenditori, allora. Cosa ne pensa delle posizioni del nuovo leader di Confindustria?
«Quel che ha detto sulle prospettive dello sviluppo economico del Paese lo condivido. E anche quello che ha detto sulla necessità di sviluppo della contrattazione aziendale. Però, se vuole davvero questo Confindustria deve agire di conseguenza nel rinnovo dei contratti nazionali».
Cioè, cosa deve fare?
«Deve accettare che il contratto nazionale preveda l'aumento delle retribuzioni prevalentemente sotto forma di un premio collegato al margine operativo lordo, o alla sua variazione anno su anno, applicabile per default: cioè sostituibile in qualsiasi momento con premi contrattati al livello aziendale, collegati all'andamento della produttività e/o della redditività aziendale. Allora sì che vedremmo fiorire la contrattazione al livello aziendale».
Il nemico dell'economia sono le tasse alte o le rigidità nel mercato del lavoro?
«Tutti e due. Ma oggi in Italia il nemico più temibile sono le tasse su impresa e lavoro».
L'Italia chiederà 30 miliardi alla Ue attraverso il progetto Sure. La Catalfo ha annunciato che la cig durerà fino alla fine del 2020. E nel 2021?
«L'anno prossimo si spera che si possa tornare al regime normale della Cassa integrazione ordinaria e straordinaria».
A proposito di intelligenza del lavoro, il reddito di cittadinanza è un modo intelligente per trovare lavoro?
«Presentarlo come una misura di politica attiva del lavoro, e spostare lì l'assegno di ricollocazione, è stato un errore grave del governo Conte I, che il Conte II non ha corretto. Quella è una misura di assistenza, diretta a persone che per almeno tre quarti non sono realisticamente inseribili nel tessuto produttivo. Semmai il reddito è stato una misura di politica negativa del lavoro».
In che senso?
«Per il modo in cui è stato attuato, ha allontanato un po' di gente dall'area del lavoro regolare. Diverse persone hanno abbandonato un lavoro part-time, o hanno chiesto di essere retribuiti in nero, per poter fruire del sussidio».
Secondo lei si va verso la sparizione del lavoro dipendente?
«Direi, piuttosto, che si va verso una forte dilatazione dell'area nella quale la struttura della prestazione di lavoro subordinato non è più distinguibile da quella del lavoro autonomo. Pensi al cosiddetto smart working nella sua versione più diffusa, cioè quella in cui la prestazione non è soggetta ad alcun vincolo temporale e la persona è responsabile solo del risultato. Non c'è più lavoro misurato dallo scorrere del tempo, né eterodirezione».
Ma se il dipendente da remoto non lavora, come può difendersi l'imprenditore?
«È necessario inventare una struttura e un sistema di protezione del lavoro dipendente compatibile con l'obbligo di risultato. È corretto vietare il licenziamento discriminatorio, ma negli altri casi la valutazione delle ragioni del licenziamento non può essere affidata al giudice. Bisogna partire dal principio che un imprenditore non si libera di un dipendente utile e operoso. Giusto subordinare il recesso a un indennizzo, ma non di 36 mensilità».
Il crollo dei contributi potrebbe creare un buco di 50 miliardi nel patrimonio Inps. Le pensioni rischiano?
«Prima ancora che la perdita del gettito contributivo, sono la contrazione impressionante del prodotto interno lordo e la possibile uscita permanente dal mercato di una quota rilevante di forza-lavoro a infliggere all'equilibrio del sistema pensionistico un colpo durissimo».
Ci aspetta un'ulteriore riforma delle pensioni per salvare l'Inps?
«La mia opinione è che nel medio termine una riforma ulteriore sarà necessaria anche prescindendosi dagli effetti del Covid-19».
Perché?
«Perché da tempo peggiora continuamente il rapporto tra attivi e pensionati: ogni anno la popolazione italiana si sta riducendo di circa 300.000 unità».
La riduzione dell'Irap operata dal governo servirà o è solo uno specchietto per le allodole?
«Resto convinto che la priorità sia ridurre il peso fiscale su lavoro e impresa, solo in secondo luogo sui consumi e in terzo luogo sulla proprietà. Dunque, sacrosanto ridurre o abolire l'IRAP, ma in qualche modo il taglio va coperto, e finché non saremo capaci di ridurre corrispondentemente le spese, questo si può fare solo spostando il prelievo sui consumi o sulla proprietà».

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