status quo

Referendum, quando si tocca la giustizia al Pd non piace più votare: ecco chi snobba le urne

Fausto Carioti

C’è un’Italia alla quale il sistema giudiziario va bene così.Difende lo status quo e spera che oggi non accada nulla. Desiderio comprensibile, visto che all’ombra dell’intreccio tra procure (non tutte, ma molte), stampa (quasi tutta) e sinistra (poche le eccezioni) quest’Italia ha trovato modo di prosperare. I suoi portabandiera sono Carlo De Benedetti, Enrico Letta, Giuseppe Conte, Piercamillo Davigo, i vertici di Magistratura democratica e giù giù (o su su, dipende dai gusti) sino a Luciana Littizzetto, la quale ha usato il servizio pubblico, che sui referendum avrebbe dovuto informare, per denigrarli. Per vincere, questo pezzo d’Italia ha scelto il metodo più comodo e antidemocratico: sommare le proprie forze al partito più forte, quello degli elettori che disertano le urne a prescindere. Alle elezioni del 2018 gli astenuti furono il 27%: percentuale che, secondo i sondaggi, oggi nessuna forza politica può vantare. Per chi parte con un simile vantaggio, arrivare all’astensione del 50% degli aventi diritto al voto non è difficile. Gli almanacchi confermano: dal 1997 si sono svolte otto tornate referendarie e solo una volta, nel 2011, il quorum necessario è stato raggiunto.

 

 

 

LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE?

Sono gli stessi che, quando devono mobilitare gli elettori contro la destra, si aggrappano a Giorgio Gaber: «Libertà è partecipazione». Non stavolta, però. Come ammoniva ieri Repubblica, «riteniamo che su tutti e cinque i quesiti sia opportuno votare No oppure non recarsi al voto, per non consentire il raggiungimento del quorum». Si inventano psicanalisti dei membri dell’assemblea costituente, al punto di invocare l’astensione perché quei cinque referendum «non rientrano nello spirito originario» della Costituzione, sono «operazioni politico-partitiche che cercano di introdurre in modo surrettizio riforme che non hanno l’appoggio della maggioranza degli eletti» (con tanti saluti alla maggioranza degli elettori, molto democraticamente ritenuti incapaci di decidere): è il ragionamento, se vogliamo chiamarlo così, apparso su Domani, il quotidiano dell’ingegner De Benedetti. Altri, come Letta, si recano ai seggi perché Sergio Mattarella ci va, ma avvertono i loro che «riforme così complesse devono essere fatte in parlamento». E se il parlamento non fa nulla o produce ciofeche, perché il Pd alzale barricate contro ogni riforma seria? La complessità degli argomenti trattati in quei quesiti è la loro arma migliore, ma anche la loro menzogna più grande. Nel 2011 molti di loro chiesero agli italiani di votare per l’abrogazione delle norme che avrebbero potuto consentire il ritorno alla produzione di energia nucleare in Italia. Argomento assai più complesso della separazione delle funzioni dei magistrati su cui si vota oggi, per il quale non si fecero scrupoli a cavalcare (loro, quelli che danno dei «populisti» agli altri) la disinformazione e le paure degli elettori dopo l'incidente di Fukushima.

 

 

 

DIMMI CON CHI VAI

Nessuno, nemmeno i membri del comitato che li ha promossi, presenta quei cinque quesiti come la soluzione definitiva ai problemi della giustizia. Ma i miglioramenti che introducono sono importanti, e per capirlo basta vedere la reazione terrorizzata di certi pm e dei loro amici. E un'affermazione dei Sì darebbe alle istituzioni - parlamento, governo e Csm - il messaggio che il popolo sovrano non è più disposto ad accettare certe storture della casta togata. Proprio perché il segnale politico è importante, non tutte le sconfitte sarebbero uguali: una partecipazione limitata al 20% sarebbe una batosta, un'affluenza vicina o superiore al 40%, accompagnata da un'ampia vittoria dei Sì, porrebbe buone basi per le riforme da fare nella prossima legislatura. Chi ha dubbi, si guardi attorno. Da una parte ci sono Letta e la parte del Pd più prona nei confronti delle procure, i Cinque Stelle di Conte e Alfonso Bonafede e le correnti delle toghe che hanno rovinato la giustizia italiana, Magistratura democratica in primis. Dall'altra, il centrodestra più o meno compatto (Giorgia Meloni voterà tre Sì e due No) e la parte migliore del centrosinistra: i radicali, Carlo Calenda, Matteo Renzi e riformisti del Pd come Giorgio Gori. Assieme a tanti che hanno toccato con mano gli orrori della giustizia, come Francesca Scopelliti, che fu compagna di Enzo Tortora. Gli schieramenti sono questi e chi resta a casa fa comunque una scelta.

 

 

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