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Enrico Letta, addio al campo largo: prima cannabis e ius scholae

 Enrico Letta

Fausto Carioti
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L'euforia in casa Pd è durata poco. L'ha spenta la notizia che i parlamentari del M5S e lo stesso Giuseppe Conte fremono per sfilarsi dal governo, passando all'appoggio esterno. Una mossa che al Nazareno attendono al più tardi per ottobre. Il preludio del trasloco all'opposizione, dove l'ex premier intende trascorrere gli ultimi mesi prima delle elezioni, convinto che quello sia l'unico posto dove il movimento può recuperare un po' dei milioni di voti perduti dal 2018.

Poco prima Stefano Bonaccini, presidente di quell'Emilia-Romagna dove il centrosinistra ha conquistato le giunte di Parma e Piacenza, aveva incalzato Enrico Letta proprio su questo: «Abbiamo inseguito per troppo tempo il M5S». Non è l'inizio dell'assalto alla segreteria: come spiega un dirigente del Pd, «Bonaccini è tranquillo, sa già che molto probabilmente il prossimo anno, prima dell'estate, raccoglierà il testimone di Letta». Cioè dopo le elezioni politiche, sul cui esito pochi si fanno illusioni. Però è l'inizio di una partita nuova, perché tutti, anche Letta e i suoi, che in questi sedici mesi hanno fatto il possibile per trasformare il Pd nel partito di Draghi, sanno che l'accordo elettorale si può stringere solo se i Cinque Stelle non iniziano a sparare ogni giorno su palazzo Chigi. Lo strappo di Conte, insomma, farà saltare tutta la strategia del segretario, che poggia proprio sul rapporto privilegiato col giurista pugliese.

 

 

I NUOVI NUMERI DI CONTE - Almeno, prima, con i grillini attorno al 13%, Letta aveva i numeri dalla propria parte. Dopo la scissione di Luigi Di Maio, non più. Il disegno di tenere tutti insieme si sta rivelando irrealizzabile, perché Carlo Calenda e Matteo Renzi sono incompatibili con Conte. Il leader di Azione lo ha ribadito ieri: «No al cosiddetto "campo largo" con il movimento Cinque Stelle». Volente o nolente, il Pd dovrà scegliere. E col M5S lenda e dei Renzi, ed è chiaro che l'alleanza con loro avrebbe un programma molto diverso: riformista e non schiacciato sull'ecologismo talebano e sul giustizialismo.

Nel Pd sono sempre di più quelli che spingono in questa direzione ed è lì che punta Andrea Marcucci, leader della minoranza "liberal": «Bonaccini ha ragione. È sbagliato e rischioso dare l'idea che l'alleanza con Conte sia a scatola chiusa, sottoscritta a prescindere dai fatti. Se Conte dovesse disimpegnarsi dal governo, che facciamo?». Meglio, anziché attendere le mosse altrui, «fare di tutto per coinvolgere Calenda, Renzi, Di Maio e tutti i sinceri europeisti che stanno con il centrodestra».

 

 

Non è questa l'intenzione di Letta, però. Il segretario intende portare alle urne un Pd pesantemente schierato a sinistra e impegnato sui temi che lo legano ai Cinque Stelle, come già fatto (con esiti disastrosi) con il ddl Zan. E ha già pronte altre due bandiere da sventolare: la cittadinanza ai figli degli immigrati e la legalizzazione della cannabis.

PRIORITÀ DI FINE LEGISLATURA - Il provvedimento per lo ius scholae, frutto del lavoro del grillino Giuseppe Brescia, garantisce la cittadinanza al «minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età» e che qui abbia frequentato le scuole «per almeno cinque anni». Una parte di Forza Italia pare pronta a votarlo, Lega e Fdi si oppongono. Il testo arriva ogginell'aula della Camera, dove se la vedrà con l'ostruzionismo dei due partiti di centrodestra, e deve ancora essere esaminato in Senato: di sicuro non avrà vita facile. Ciò nonostante, per Letta, «è prioritario approvarlo». Il disegno di legge sulla cannabis vede invece contrario, compatto, l'intero centrodestra, infatti la sua sorte appare già segnata. Il Pd ne fa comunque una questione identitaria: i dem di Milano hanno organizzato per l'8 e il 9 luglio gli "Stati Generali della Cannabis", proprio allo scopo di spingere il testo in discussione a Montecitorio. Anche questo provvedimento è atteso oggi in aula, dove i Cinque Stelle lo difenderanno insieme al Pd. Lo faranno, però, pensando al momento in cui abbandoneranno Draghi, e assieme a lui Letta e il suo "campo", destinato a rimanere "largo" solo di nome. 

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