Giorgia Meloni, il Meeting e i giovani conquistati

I paragoni con la Dc e la "forza tranquilla" incarnata dalla premier
di Francesco Damatosabato 30 agosto 2025
Giorgia Meloni, il Meeting e i giovani conquistati

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Ad un libro commissionatomi nel 1979 per le edizioni del Giornale –“Dc contro Dc”, come il Kramer contro Kramer di quell’anno nelle sale cinematografiche - Indro Montanelli appose una sola correzione. Nel sottotitolo, che da “Miserie e splendori di un partito di cera”, da me proposto pensando alla capacità che aveva lo scudo crociato di adattarsi alle situazioni e interpretare la maggioranza sostanzialmente moderata dell’elettorato, pur in presenza di correnti di sinistra, Montanelli preferì la dizione “partito di gomma”. Per la capacità che aveva avuto e aveva ancora la Democrazia Cristiana, anche con l’aiuto del «voto a naso turato» da lui procuratole per proteggerla dal pericolo concreto del sorpasso comunista, di assorbire i colpi.

Non dimentichiamo che non più tardi di quattro anni prima la Dc appena tornata nelle redini di Amintore Fanfani, dopo una lunga segreteria del suo ormai ex delfino Arnaldo Forlani, aveva subìto la pesantissima sconfitta referendaria sul divorzio. Che l’aveva resa debole anche a quella specie di assedio che le aveva posto Enrico Berlinguer con la proposta del “compromesso storico”. Passata nella modesta e provvisoria variante della cosiddetta maggioranza di “solidarietà nazionale”, comprensiva appunto del Pci, che consentì allo scudo crociato di governare fra il 1976 e l’inizio del 1979 con due monocolori, interamente composti cioè da democristiani, sotto la guida di Giulio Andreotti.

Scomparsa la Dc a cavallo fra il 1993 e il 1994 con lo scioglimento telegrafico disposto dal suo ultimo segretario Mino Martinazzoli, illuso di poterla fare rivivere nel vecchio, quasi archeologico contenitore del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, mi è toccato seguirne le tracce, a destra e a sinistra, ma in verità più a destra che a sinistra, almeno in termini elettorali. Le tracce, per esempio, nella Forza Italia, specie originaria, di Silvio Berlusconi, che esordì preferendo personale politico proveniente dalla Dc per guidare i primi gruppi parlamentari del partito. Contemporaneamente tracce anche nell’apparentemente lontana o opposta Lega di Umberto Bossi, che pescò in acque democristiane i suoi primi amministratori locali.

Ora analisti politici anche di un certo peso ed equilibrio, come Antonio Polito del Corriere della Sera o Claudio Cerasa del Foglio citati ieri nell’editoriale da Mario Sechi, avvertono odore o sapore democristiano in Giorgia Meloni e, più in generale, nei suoi Fratelli d’Italia. Che si trovano peraltro nelle stesse dimensioni elettorali della Dc all’epilogo della sua vicenda, cioè nelle ultime elezioni politiche affrontate col proprio nome, nel 1992. Ma è ormai un’altra storia, anche perché, diciamo la verità, l’elettorato democristiano è ormai consunto per ragioni anagrafiche.

Gli applausi raccolti a scena aperta dalla premier a Rimini - che hanno fatto strabuzzare occhi e altro ancora a Rosy Bindi, facendole dare alla Meloni della «bella più che bugiarda», come una volta Vittorio Sgarbi e Berlusconi diedero a lei, presidente del Pd, della «bella più che intelligente» - non sono giunti da un pubblico di anziani odi “anziani giovanotti”, come Fanfani sfotteva i dirigenti del movimento nominalmente giovanile della Dc. Il pubblico ciellino in standing ovation attorno all’ospite giunta lì per la prima volta da premier era davvero giovanile. Un pubblico che non ha fatto in tempo neppure a votare una volta per la Dc, 33 anni fa.
Della Democrazia Cristiana, della sua cultura, della sua capacità di essere cera e gomma insieme, per tornare al mio vecchio, vecchissimo, antico libro sulla “Dc contro Dc” passato agli esami di Montanelli, che era alquanto esigente in materia, la Meloni ha ereditato di fatto quella «forza tranquilla» avvertita dalla maggioranza del Paese. Una forza capace di guidarlo, nell’assenza di un’opposizione realistica lamentata persino da un professore come Romano Prodi, «in mezzo ai barracuda e agli squali» segnalati, sempre ieri, da Mario Sechi.