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Le frasi del presidente deludono la sinistra

C’ è stato un passaggio del discorso del 31 dicembre di Sergio Mattarella che deve avere irritato, e non poco, i custodi dell’immobilismo cristallizzato nell’opposizione fascismo-antifascismo
di Annalisa Terranovadomenica 4 gennaio 2026
Le frasi del presidente deludono la sinistra

3' di lettura

C’ è stato un passaggio del discorso del 31 dicembre di Sergio Mattarella che deve avere irritato, e non poco, i custodi dell’immobilismo cristallizzato nell’opposizione fascismo-antifascismo. Come mai, si sono detti costoro, il Capo dello Stato non ha assestato qualche stoccata al governo Meloni e al suo (presunto) disegno di deriva autoritaria? Invece, contrariamente alle aspettative della sinistra con la bava alla bocca, il Capo dello Stato ha invitato i cittadini a seguirlo nel rapido tuffo in un passato che ha reso piano piano l’Italia «un Paese di successo». Si tratta di un “mosaico” faticosamente composto, che ha la prima tessera nei padri costituenti il cui atteggiamento dovrebbe essere preso ad esempio anche oggi: la mattina litigavano per il governo e il pomeriggio sapevano trovare compromessi per il bene del Paese. Rifuggendo – ha spiegato Mattarella citando Papa Leone XIV - da «violenti scontri verbali e da accuse reciproche» per dare tutti insieme una Costituzione all’Italia. Ecco quel «tutti insieme» riferito all’oggi deve essere suonato come un’eresia alle orecchie dei nuovi crociati e neo-resistenti tutti protesi a difendere la Costituzione amata dagli assalti della destra-destra...

Ma il dissenso non poteva esplodere trattandosi di Mattarella, per il quale solo laudi e allori sono consentiti, e dunque ecco che tra le righe un certo malumore affiora sotto traccia, il giorno dopo, su uno dei quotidiani più antimeloniani, Domani, il cui direttore Fittipaldi pensa e dice che Meloni è «dotata di spirito animale postfascista vergognoso». È su quelle colonne che, il giorno dopo, si prova a correggere il tiro del discorso quirinalizio. Attenzione – scrive Luigi Testa contestando l’ottimismo di Mattarella – «non è proprio il caso di continuare a dire che la nostra democrazia resisterà a ogni colpo». Perché qui – argomenta – c’è un governo con una «intrinseca» fascinazione per l’autoritarismo.

E si cita a riprova la riforma della Corte dei Conti: questi sono insofferenti ai controlli – ammonisce - e un colpo dopo l’altro hanno in animo di demolire il nostro sistema democratico. Occorreva dunque – è il sottotesto dell’articolo – stabilire i necessari confini: il “noi” e il “loro”. Laddove il “noi” rappresenta la parte giusta della storia, quella dove la sinistra si crede comodamente seduta senza mai farsi venire un dubbio. E “loro” sono i nemici, il pericolo “nero”, gli esclusi, quelli che governano per uno scherzo della sorte. Come perdonare al capo dello Stato quella “temperanza” che lo ha indotto, per non “rovinare il cenone di San Silvestro agli italiani”, a fare un appello all’unità nazionale? Meno male che c’è il quotidiano di Fittipaldi a rimettere i puntini sulle i. Con una Daniela Preziosi innervosita che ricorda il Mattarella del 25 aprile 2025, quello del «è sempre tempo di Resistenza». Insomma cosa c’entra la Repubblica di Mattarella con il ricordo del Msi fatto da La Russa? Lo vogliamo sottolineare o no che quelli di destra sono “altro”? Ristabilire i paletti, le linee invalicabili, il “noi” e il “loro”. Che poi sarebbe il caro vecchio arco costituzionale. Ieri poi Domani ha schierato un grande vecchio che, per età e storia, può permettersi di ricordare a Mattarella che «la Repubblica o è antifascista o non è». Secondo Formica il Capo dello Stato avrebbe espresso concetti e valori di un patriottismo costituzionale che sarebbe cosa ben diversa dal patriottismo “nostalgico” della destra di governo. Ma nostalgico di cosa? Formica non lo spiega. Ma anche la sua analisi è funzionale a definire il “noi” e il “loro”. Non unità nazionale ma granitica divisione. E quando Mattarella avrebbe fatto questo distinguo? Scegliendo di rivolgersi ai “concittadini” e non agli “italiani”. Insomma siamo alle minutaglie esegetiche pur di tirare la giacchetta presidenziale da una sola parte. Quella dei migliori. Dei salvatori della patria e della Costituzione. Ai quali però Mattarella ha fatto andare di traverso lenticchie e cotechino.