Enrico Morando, ex senatore Pd, partiamo dall’appello di Antonio Scurati. Ha invitato a votare No «a difesa della democrazia», mettendo in guardia dall’insorgere di una «autocrazia». Lei è per il Sì. Cosa risponde?
«Se vince il Sì l’autocrazia non arriva. Semmai si fa una cosa che con la democrazia ha molto a che fare, ossia finalmente si può applicare l’articolo 111 della Costituzione. Perché, a proposito di democrazia, secondo la Costituzione, i cittadini italiani hanno diritto al giusto processo. Non solo se sono sottoposti a processo. Hanno diritto di sapere che il processo è giusto».
In che senso “hanno diritto di sapere”?
«Se in una società non si ha la consapevolezza che il processo è giusto, viene meno un elemento fondamentale per il benessere della società stessa, cioè la fiducia di ciascuno nelle istituzioni e in particolare in quelle che amministrano la giustizia. E cosa si intenda per processo “giusto”, lo dice, dalla fine degli anni ‘90, la Costituzione. Non il parere di un cittadino, sia esso un intellettuale o un normale cittadino. Il processo è “giusto”, dice la Costituzione, se si svolge nel contraddittorio delle parti, in una situazione di parità e davanti a un giudice imparziale».
E oggi non è così?
«No, perché mentre l’imparzialità del giudice deve essere garantita dalla disposizione del giudice verso i cittadini, ma riguarda una caratteristica soggettiva, il fatto che sia “terzo” vuol dire che deve essere equidistante da difesa e accusa. Terzo non è equivalente a imparziale. Se le carriere non vengono separate, il giudice e il pm, in quanto colleghi, hanno un rapporto diverso da quello che il giudice ha con un difensore. La terzietà non viene garantita. Ma il cittadino ha diritto ad avere un giudice terzo».
I sostenitori del No obiettano che il vero obiettivo è subordinare il pm all’esecutivo.
«No, l’obiettivo è la separazione delle carriere ed è funzionale alla effettiva realizzazione dell’articolo 111. L’autocrazia non c’entra nulla. E non c’è alcuna subordinazione del pm all’esecutivo. Quando dovesse esserci il tentativo di instaurare una autocrazia, noi che a sinistra votiamo Sì saremo i primi a mobilitarci per impedirlo. Qui l’unico rischio autoritario che vedo è il riaffiorare della cultura del processo inquisitorio».
Cioè?
«Finalmente, dalla fine degli anni ‘90, c’è stato il passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio. Ma non è stato completato. Ora è necessario istituzionalizzare la separazione delle carriere, con tutti gli annessi è connessi».
Altra obiezione è che questa riforma non serve a migliorare i veri problemi della giustizia, a cominciare dai tempi lunghi dei processi.
«Questa riforma interessa ai cittadini non perché affronta tutti i problemi della giustizia, tra cui spicca il problema dei tempi che, è vero, non viene affrontato. La riforma affronta il tema dell'ordinamento giudiziario per renderlo coerente all’articolo 111 della Costituzione, quello che afferma il diritto del cittadino italiano ad avere un giusto processo. Il fatto che non affronti altri problemi, non la rende inutile. Semplicemente non è un problema affrontato. Ma riconoscere ai cittadini la possibilità di avere un giusto processo è altrettanto rilevante, perché riguarda la credibilità del sistema-giustizia. Finché pm e giudici sono colleghi non ci sarà attuazione del giusto processo».
Enrico Grosso, presidente del Comitato del No, oggi dice che con questa riforma l’imparzialità del giudice sarà addirittura diminuita, perché viene sdoppiato il Csm.
«La divisione del Csm è funzionale alla separazione delle carriere. Se rimane un unico organo di amministrazione della giustizia, la separazione non è compiuta. Oggi ogni aspetto della vita di pm e giudici viene affrontato da un organismo, il Csm, in cui ci sono entrambi. Se si vuole la separazione delle carriere, bisogna avere due Csm, uno per la magistratura requirente, uno per quella inquirente. Se, invece, si pensa che il pm non è una parte del processo o si inventa l’ossimoro per cui sarebbe “parte imparziale”, allora si pensa che l'articolo 111 sia incostituzionale. Quando si dice che “il pm e gli avvocati difensori non saranno mai alla pari”, si dice qualcosa che è contro la Costituzione. Perché l’articolo 111 dice che devono essere alla pari».
Alla fine il problema vero è lo sdoppiamento del Csm e il sorteggio. È questo che ha provocato una reazione così forte. Perché?
«Il problema è che molti pensano che il Csm sia un organo di rappresentanza. Lo dicono esplicitamente: “Volete privare i magistrati della rappresentanza del Csm”. Peccato che il Csm è un organo costituzionale, che non si occupa di rappresentare nessuno».
Altro argomento, questa volta politico, è che questa riforma faccia parte di un disegno complessivo per dare più potere all’esecutivo.
«Ripeto: questa riforma ha un obiettivo specifico e che condivido non da ora, ma da molti anni. E’ indispensabile per poter attuare l'articolo 111 della Costituzione. Se pm e giudici rimangono colleghi, mi devono dire come fanno le parti a essere pari di fronte al giudice terzo. Il problema non sono le decisioni sbagliate dei magistrati, che possono accadere. Io dico che l’ordinamento come è oggi, ultimo residuo della legislazione fascista, non prevede la separazione delle carriere e collide con l’articolo 111. Questa riforma è l'ultimo passo di un percorso di cui la sinistra è stata protagonista, prima con Giuliano Vassalli poi con Cesare Salvi che firmò l’emendamento da cui poi, unito a quello di Marcello Pera, nacque la riforma dell’articolo 111. Quanto al rischio di una deriva autoritaria, farei una domanda».
Prego.
«Immaginiamo si formi una maggioranza prepotente che voglia subordinare i pm alla politica. Quel giorno io e tanti altri che votiamo sì, saremo dalla parte di coloro che resistono a questo tentativo. Quel giorno la riforma, se in vigore, aiuterebbe la resistenza contro la svolta autoritaria o non la aiuterebbe? Nel momento in cui viene garantita l’autonomia e l'indipendenza non solo del giudice ma anche del pm, come prevede la riforma, potremo usare la riforma di oggi contro chi volesse una svolta autoritaria».




