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Giorgia Meloni da Fedez? Lezione di comunicazione alla sinistra

di Giovanni Sallustimercoledì 18 marzo 2026
Giorgia Meloni da Fedez? Lezione di comunicazione alla sinistra

3' di lettura

Giorgia ha “strappato il cielo di carta del teatrino”, lo sfondo posticcio che sosteneva la (pessima) rappresentazione dei Signori del No, la deriva autoritaria, la Costituzione in pericolo e altre amenità pseudonovecentesche. E costoro, a differenza delle marionette originali pirandelliane, non hanno reagito con la paralisi del dubbio, ma con la certezza del livore. “L’arma della disperazione”, l’ha presentata Il Fatto Quotidiano. “Si gioca il tutto per tutto”, la rilancia Repubblica. Le testate minori della filiera politicamente corretta copiano con eccesso di zelo: “L’ultima spiaggia per far vincere il Sì” (Fanpage).

Non c’è bisogno di avere l’olfatto particolarmente fine, per riconoscere l’aroma più diffuso alla notizia che la premier sarà ospite di Fedez e Mr. Marra al loro PulpPodcast: è quello della paura. Non tanto per il contenitore in sé (anche se parliamo di una piattaforma che ha 300mila iscritti su YouTube e garantisce milioni di visualizzazioni, diciamo numeri appena più impattanti delle sale di Magistratura Democratica con Bersani e i parenti stretti), ma per la sparigliata metodologica.

Per l’ennesima volta, Meloni non si limita a combatterli a valle, fa saltare le loro premesse a monte. In particolare, la premessa insostenibile di un tardo-gramscianesimo fuori tempo massimo, per cui il dibattito referendario deve adeguarsi ai contorni di un’egemonia evaporata, che al massimo resiste come nostalgia interessata, come tentativo restauratore: la partita si gioca ancora con le nostre regole, il Giornale-Partito, il sindacato che mobilita (antifascisti immaginari, mica lavoratori reali), la tribuna televisiva imbalsamata nei riti di una legge sulla par condicio emanata quando Mark Zuckerberg era un nerd liceale.

Ora è l’amministratore delegato di MetaPlatforms: è come se nel frattempo fossero avvenute un paio di Rivoluzioni (post)industriali. Nessuno l’ha detto meglio del coordinatore social media di Palazzo Chigi, Tommaso Longobardi: «Con buona pace di chi pensa che informazione e dibattito debbano restare nelle mani di pochi, confinati sempre negli stessi luoghi, per preservare un’esclusiva che il tempo ha già superato».

È la sentenza di quella foto già virale prima di essere scattata, Giorgia e Fedez al microfono del poadcast a sviscerare la separazione delle carriere e la composizione del Csm, non è più lo scontro tra il Sì e il No, è uno scontro tra epoche. «Il tempo è l’orizzonte di ogni comprensione dell’essere», pensava Martin Heidegger. Senza arrivare all’ontologia, Giorgia ha senza dubbio compreso l’orizzonte della comunicazione politica (ormai un unico sintagma, non esiste più l’una senza l’altra) contemporanea. Che non è più la verticalità e nemmeno l’orizzontalità artefatta televisiva (che prevede un polo, lo spettatore, sostanzialmente passivo), ma l’orizzontalità viva, e interattiva, del flusso. Stanno lì, peraltro, parecchi di quei voti non militanti alla radice, non perché non militino per una causa, ma perché rifiutano la logica stessa del “militare»: preferiscono condividere, e riservarsi la possibilità di rimuovere la condivisione se cambiano idea. È consenso dormiente risvegliabile con una battuta riuscita: «Se tu oggi voti No solo per mandare a casa la Meloni, potrebbe esserci il rischio che ti tieni sia la Meloni sia una giustizia che non funziona. Non mi sembra un affarone».

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ANARCHIA ORIZZONTALE
Occhio però, il flusso non è anarchia, l’orizzontalità consapevole prevede dei ruoli, l’intrattenitore rimane Fedez, la politica rimane la Meloni, tanto che le agenzie con le sue anticipazioni a PulpPodcast hanno dettato l’agenda e i titoli di giornata. Gutenberg non è morto, è ricompreso nel (nuovo) mondo di Instagram.Di per sé può essere materia per sociologi della comunicazione, non fosse che innesca una ricaduta politica evidente: Giorgia rimane tale, rimane premier e promotrice di una riforma chiave del sistema-Paese, dunque fondamentalmente rimane credibile, anche dentro un format orizzontale per eccellenza.

Parla di riforma della giustizia con Fedez e Mr. Marra, non con Sabino Cassese, ma proprio qui sta la sparigliata. Certo, come ogni destrutturazione la devi reggere. Non l’ha retta Elly Schlein, che ha declinato analoga offerta dei conduttori. Non l’ha retta Giuseppe Conte, che non ha mai risposto all’invito. E non è che i condottieri del fronte del No non provino a cavalcare il lato pop della campagna, anzi hanno mobilitato tutto il caravanserraglio di attori-cantanti-vippastri-influencer vari e avariati di riferimento. Un conto, però, è giocare di sponda con il flusso. Un altro è metterci la voce, il corpo, la testa. Strappare il cielo di carta: questo, piaccia o no, è esclusiva dei leader.

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