Pur scambiato con la sua solita ironia da Francesco Cossiga per uno «psichiatra», peraltro «di scarsa fortuna» per come teneva i conti dello Stato prima come presidente
della Commissione Bilancio della Camera e poi come ministro, sempre del Bilancio, Paolo Cirino Pomicino era un neurologo. E come tale - si vantava Paolo scherzando- avrebbe potuto curarlo. Eppure erano amici. Come solo i democristiani riuscivano a esserlo davvero, e non solo a chiamarsi e a intestare le loro correnti, o sottocorrenti, in eterna competizione.
“Amici dell’onorevole Moro”, decise Moro stesso di chiamare il suo gruppo uscendo nel 1968 dalla corrente dei “dorotei” che proprio lui aveva raccolto attorno a sè succedendo nel 1959 ad Amintore Fanfani alla segreteria della Dc. “Amici dell’onorevole Andreotti”, finì per chiamarsi anche quella dello stesso Andreotti, che pure l’aveva messa su all’inizio col nome di “Primavera”.
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Fra gli amici di Andreotti sicuramente Paolo era il più fantasioso, forse anche ammirato, qualche volta persino temuto per le difficoltà che riusciva a creargli nella Dc. Dove, per esempio, nel 1992, dopo le elezioni politiche svoltesi già in un clima avvelenato dai primi fumi di Tangentopoli, si mosse per niente sott’acqua perla candidatura al Quirinale dell’allora presidente del Consiglio. Sarebbe stato il primo trasferimento diretto di un leader da Palazzo Chigi al Colle più alto di Roma. Andreotti era il primo a non crederci, e proprio per questo, ma Paolo non voleva saperne di resistenze e dubbi.
Quando la candidatura democristiana per la successione a Cossiga alla Presidenza della Repubblica toccò al segretario del partito Arnaldo Forlani, lui - Paolo - non smise per niente di coltivare quella di Andreotti.
Alla prima delle due votazioni svoltesi sudi lui a scrutinio rigorosamente segreto a Forlani mancarono una quarantina di voti all’elezione. Che si ridussero di una decina nella seconda, ma Forlani decise lo stesso di rinunciare alla corsa. E si ritirò fra la sorpresa, a dir poco, di Bettino Craxi, che dal canto suo aveva avuto problemi a portare i socialisti compatti a votare l’amico.
Rimasi sorpreso, in verità, anche io, tanto da chiedere ad Arnaldo - altro amico - perché avesse buttato la spugna. E lui mi confidò di averlo fatto essendosi personalmente accorto dell’attivismo di Paolo contro di lui. «Come segretario del partito - mi disse o spiegò - ho il dovere di rinunciare». Poi sopraggiunse addirittura la strage di Capaci e la partita quirinalizia si ridusse a due, fra i presidenti delle Camere, per spirito - si disse - “istituzionale”. Neppure questo condiviso da Paolo, che riteneva istituzionale anche la figura del presidente del Consiglio in carica. «Paolo, domani eleggeranno Scalfaro», gli disse Andreotti quando ancora l’amico gli proponeva di resistere.
TANGENTOPOLI
Fu ostinato, Paolo, anche nella difesa dal cuore che gli dava fastidio, e che ad un certo punto sostituì con un trapianto, e dai magistrati che gli procurarono per Tangentopoli ben 43 processi. Di cui solo uno e mezzo concluso con condanna. Mezzo, per patteggiamento. A Paolo prorompente di allegria, di sfide, di feste ostentate, toccò per un po’ di tempo di dovere scrivere - altra passione della sua vita - con uno pseudonimo.
Scelse quello di Geronimo per difendere i democristiani come una tribù indiana di apache. Tutti sapevano chi fosse quel Geronimo ospitato da Vittorio Feltri, ma lui non rinunciava a fingersi nascosto, giusto per divertirsi, fra una difesa e l’altra anche dei conti pubblici degli anni durante i quali se n’era occupato, considerandoli di gran lunga migliori di quelli dei successori.
Paolo si divertiva ogni tanto anche a pensare alla morte, sopraggiunta alla fine a 86 anni. Si divertiva tanto da immaginarsi celebrato da un magistrato come Antonio Di Pietro, non ancora sostenitore della riforma della magistratura osteggiata, in questa campagna referendaria, da Paolo per il gusto soprattutto, secondo me, di sorprendere. E Di Pietro glielo promise in un ospedale, a Roma, confidandogli di avere sempre votato Dc, prima che la stessa Dc non si uccidesse da sola.




