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Se il Sud non vuole modernizzare l'Italia

Quel traguardo che hanno avuto sempre in mente i meridionalisti, e le classi dirigenti più colte, è risultato fallimentare: in seno alla compagine nazionale restano forti ed evidenti le differenze fra le due parti del Paese
di Corrado Oconemartedì 24 marzo 2026
Se il Sud non vuole modernizzare l'Italia

3' di lettura

E se fosse giunto il momento di prendere atto che le Italie son due e non una? A prescindere da ogni giudizio di valore, che ognuno può dare secondo coscienza e secondo la propria sensibilità, anche i risultati referendari di ieri certificano che il nostro Paese, a più di un secolo e mezzo dall’unificazione, è spaccato in due. Il Sì alla riforma costituzionale è infatti risultato vittorioso al Nord, in particolare nelle tre regioni governate dalla Lega (Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia), mentre il Sud ha votato in stragrande maggioranza per il No. Che significa ciò? Facciamo un ragionamento. La riforma della giustizia si proponeva di modernizzare la nostra Costituzione in un suo aspetto particolare, ma determinante: garantire meglio quell’autonomia e indipendenza della magistratura che la Carta sancisce solennemente e che è minacciata oggi da una eccessiva politicizzazione, attraverso il sistema delle correnti, del corpo giudiziario. In sostanza, non solo non si tradiva la Costituzione, ma anzi se ne esaltava lo spirito.

I Padri costituenti, a cominciare dal tanto citato e poco letto Piero Calamandrei, erano stati infatti chiari su questo punto: la Carta deve essere considerata spirito vivente, in movimento, fatta vivere dagli uomini ogni giorno, non una vuota formulazione di articoli da imbalsamare e conservare in una teca come reliquie sacre e intoccabili. Ora, è proprio questo atteggiamento astrattamente conservativo che è prevalso ancora una volta al Sud, confermando una frattura politica in senso geografico che è data anche dal predominio nelle regioni meridionali di forze di sinistra trainate da cacicchi vari che hanno messo in opera un sistema di potere politico-clientelare difficilmente scalfibile. Il significato ultimo di tutto questo è che quel traguardo che hanno avuto sempre in mente i meridionalisti, e le classi dirigenti più illuminate e colte, non solo del Mezzogiorno, nonostante gli sforzi e le risorse impiegate, è risultato fallimentare: in seno alla compagine nazionale restano forti ed evidenti le differenze fra le due parti del Paese.

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Un Sud europeo, conciliato con le forze della modernizzazione, rimane ancora oggi da molti punti di vista, e soprattutto da quello politico, una chimera. Non è assolutamente il caso, ripeto, di spingersi troppo in là con i giudizi di valore: bisogna semplicemente prendere atto della realtà dei fatti e non tentare di imporre dall’alto soluzioni che non sortiscono effetti. La “questione meridionale”, così come concepita in senso classico, è morta e defunta. Non si tratta nemmeno, ovviamente, di rispolverare irrealistiche idee di secessione: dopo tutto l’Italia è una proprio perché è varia, diversa, plurale. È questa la sua forza e la sua bellezza. Né è detto che il Sud debba seguire la stessa via della modernizzazione che segue il Nord. L’importante è che il cambiamento del Mezzogiorno avvenga in modo meno centralistico, e più responsabilizzante dei singoli cittadini meridionali, di quanto sia avvenuto finora.

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Forse la destra ha peccato un po’ di leggerezza non considerando il fatto che al Sud, fra le persone perbene, che son tante, è ancora vivo uno spirito anti-casta che porta a diffidare dei politici e delle riforme che arrivano dalla politica. Laddove la figura del magistrato conserva ancora una aura di sacralità, venendo considerato un argine contro corruzione e malaffare. In una situazione siffatta, simile per molti aspetti a quella che era propria dell’intera Italia ai tempi di Mani Pulite, la retorica emergenziale usata dall’Associazione Nazionale Magistrati ha funzionato. La morale da trarne è che c’è ancora tanto lavoro da fare. Continuare a nascondersi il fatto che le due Italie son diverse e che come tali vanno trattate non porta però da nessuna parte e non aumenta certo la pur necessaria coesione nazionale. Oppure, come in questo caso, porta anche i benintenzionati, quali in fondo siamo stati tutti noi che abbiamo creduto nella riforma, a sbattere la testa sul muro della realtà.