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A sinistra ora piacciono i Campi Hobbit

Repubblica fa un parallelo tra il raduno giovanile missino e altre iniziative come quella del parco Lambro...
di Annalisa Terranovamercoledì 12 agosto 2026
A sinistra ora piacciono i Campi Hobbit

3' di lettura

Con un lungo articolo su Repubblica ieri Filippo Ceccarelli ha celebrato il trasgressivo Parco Lambro (1976), una sorta di Woodstock proletaria e antitetica al Pci, e di seguito il rivoluzionario primo Campo Hobbit che si tenne un anno dopo e che fece indignare Almirante coi suoi “occhi di ghiaccio”. Per Ceccarelli il Campo Hobbit fu una sorta di Parco Lambro di destra, liberatorio sicuramente ma con qualche differenza importante, a cominciare dalla mancanza di droghe. L’esperimento fu annunciato e propagandato dalla rivista dei topini neri di Jack Marchal, La Voce della Fogna, di cui era regista Marco Tarchi. Gli organizzatori furono Generoso Simeone e Umberto Croppi e i vertici missini non la presero bene. Tutto vero ma il Campo si iscriveva all’interno di una dialettica interna tra rautiani e almirantiani che proprio in quegli anni cercava un superamento delle contrapposizioni sanguinose degli anni di piombo. I primi volevano mettere da parte certe pose muscolari e nostalgiche, i secondi vedevano in ogni elemento di modernità qualcosa da rifiutare a priori.

Era insomma Il domani appartiene a noi contro l’Inno a Roma, le poesie del Vertex contro l’Opera Omnia di Mussolini, la rivista Eowyn contro la proposta dell’assegno alle casalinghe. Esperimento scandaloso, vero. Ma dove sbaglia allora Ceccarelli? Quando dice che a tanti anni di distanza si capisce che la sinistra e la destra ufficiali, non riconoscendo quelle esperienze come “ortodosse” erano già condannate all’attuale regressione. Per quanto riguarda la destra l’osservazione è del tutto infondata. Giorgia Meloni infatti inizia il suo percorso politico all’interno di un mondo che nei Campi Hobbit vedeva un modello, un punto di riferimento, il riconoscimento dell’avversario come soggetto con cui dialogare senza usare i bastoni, l’idea che la modernità fosse da accettare come sfida per cambiare ciò che non andava ma senza fughe reazionarie all’indietro. Meloni (a differenza ad esempio di CasaPound) è assolutamente un prodotto di quel clima, di quell’atmosfera culturale, di quella trasgressione antropologica che sostituiva ai saluti romani le schitarrate alternative. FdI non è l’antitesi dei Campi Hobbit, se ne è nutrita, al punto che la sua festa è ispirata a un eroe della letteratura fantasy come Atreju mentre la destra degli anni Settanta sceglieva i pacifici Hobbit in quanto simboli di un popolo gioioso e attaccato alle tradizioni della propria terra ma pronto a combattere per una causa superiore, se chiamato a prendere parte.

È vero che a Montesarchio fu realizzata una celtica umana e qui le SS evocate da Ceccarelli c’entrano come i cavoli a merenda. La croce celtica fu scelta in quanto simbolo del movimento Giovane Europa di cui Franco Cardini era, negli anni Sessanta, un giovane esponente fiorentino. Solo dopo arriveranno le circolari di partito che ne vietavano l’uso sottolineando che solo i simboli ufficiali, la fiamma e la fiaccola del FdG, potessero essere utilizzati. In definitiva non c’era però a Montesarchio un’altra destra, opponibile a quella missina. C’era una destra che voleva fare la sua parte nel mondo missino e la fece al punto che i giovani che verranno dopo non potranno prescindere da quell’esperienza, riproponendola in forme diverse e aggiornate ma sempre con un concetto ben chiaro in mente: farla finita con l’attivismo che replicava macchiettisticamente lo squadrismo del Ventennio. E tra quei giovani c’erano anche Giorgia Meloni e i suoi collaboratori di oggi. Sono regrediti? Sono avanzati? Lo diranno gli elettori. L’importante è non fingere che siano “altro” da una storia di cui la destra attuale, magari inconsapevolmente, è comunque erede.