Luciana Castellina ha parlato. Non lo faceva da tempo. Non tanto per l’età (97), quanto perché, dice, crede nella politica che si fa fuori dai partiti, nella società civile. Nell’intervista concessa all’Adnkronos a Venezia, ove è presidente di una giuria di un premio per i cortometraggi, la storica militante (si iscrisse al PCI nel 1947) ha affermato di non poter rinunciare ad essere comunista. E se non altro le va riconosciuto il merito di non camuffarsi come fanno molti che della vecchia chiesa, a cui dicono di non appartenere più, conservano tutti i difetti di intolleranza e scarso o nullo senso democratico.
Quello della Castellina è sempre stato, e continua ad essere, un comunismo romantico, fermo nella convinzione che gli uomini possano un giorno vivere su questa terra, per volontà politica, in un’idilliaca condizione di pace e felicità, in un mondo di assoluta giustizia e libertà. Che poi questa conquistata condizione umana finisca per assomigliare alla beatitudine delle pecore portate al pascolo, che non hanno nessuna spinta a migliorarsi e progredire, è idea che a Castellina non sorge certo per la testa.
Ma non è questione solo di teoria, bensì anche di realismo e capacità di apprendere dalla storia. Il comunismo non solo non è auspicabile, ma nemmeno realizzabile: questo ci dice la tragica vicenda del Novecento. Non lo si può continuare a concepire come un’idea buona realizzata male se tutti i tentativi fatti in ogni parte del mondo hanno portato allo stesso risultato: feroci dittature, povertà diffusa, milioni di morti o imprigionati per le idee o sull’altare di piani quinquennali e rigidi programmi economici e politici. Quella di Castellina è l’ostinazione dell’uomo di fede, di chi, accecato dall’ideologia, non vuole vedere o capire la realtà che gli scorre sotto gli occhi. «La rivoluzione russa – dice - ha portato l’uguaglianza, ma non ha portato la libertà, ha tolto la libertà. E che facciamo? Rinunciamo a trovare una società in cui ci sia la libertà e anche l’uguaglianza? Io voglio continuare, voglio provarci».
Ma è proprio sicura la leader comunista che in Unione Sovietica si sia mai realizzata l’uguaglianza? L’oligarchia al potere era proprio uguale, in diritti e privilegi, ai comuni cittadini? E che uguaglianza è poi mai quella nella miseria e nella mancanza di libertà? Ma è inutile farsi troppe domande per chi ha granitiche certezze e non coltiva il dubbio. «Siamo di fronte a un cambiamento storico epocale che si chiama crisi del capitalismo. Non è che il capitalismo ha vinto». Quello della crisi del capitalismo è un refrain dell’ideologia comunista. La domanda da porsi è se la crisi non sia strutturale a questo sistema che ha sicuramente tanti difetti ma vive in crisi perché è l’unico che ha la capacità di trasformarsi e emendarsi. Ma Castellina è anche «molto ottimista»: sempre più giovani la vedono come lei e pensano che «va cambiato il mondo, urgentemente». Vasto programma, direbbe De Gaulle!
È giusto forse che i giovani lo abbiano perché, come diceva Raymond Aron, non si è un buon liberale se da giovani non si è stati rivoluzionari. E a suo modo Castellina è un’eterna giovane, e ciò non può che far tenerezza. «A me viene da ridere - aggiunge - quando penso che la Meloni trova molto interessante essere chiamata conservatrice. Cosa vogliono conservare di questo mondo? Non c’è mai stata tanta ingiustizia come oggi». Ma conservatore non è forse chi resta attaccato a idee fallimentari che la storia ha smontato in teoria come in pratica?