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Disponibile in italia, guselkumab
per trattare la psoriasi a placche

A pochi giorni dalla Giornata Mondiale della Psoriasi, che si celebrerà lunedì 29 ottobre, Janssen annuncia l’arrivo in Italia di guselkumab, il primo trattamento biologico inibitore selettivo dell’interleuchina (IL)-23

24 Ottobre 2018

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Disponibile in italia, guselkumab per trattare la psoriasi a placche

Aumenta l'armamentario terapeutico per la cura della psoriasi, una grave malattia cronica non trasmissibile, dolorosa, sfigurante, invalidante e con un grande impatto negativo sulla qualità di vita. Sono ancora troppe le persone che soffrono inutilmente di psoriasi per diagnosi errate o ritardate, opzioni di trattamento inadeguate, accesso insufficiente alle cure e stigmatizzazione sociale. E forse, per la prima volta, ci si avvicina alla parola magica 'guarigione'. Proprio in occasione della giornata mondiale della psoriasi del prossimo lunedì 29 ottobre Janssen ha annunciato il lancio in Italia di guselkumab, il primo trattamento biologico inibitore selettivo dell’interleuchina (IL)-23, indicato per il trattamento di pazienti adulti con psoriasi a placche da moderata a grave, candidati alla terapia sistemica. Le evidenze cliniche riportano risultati in termini di efficacia, sicurezza e miglioramento della qualità di vita dimostrati nel lungo termine nel trattamento della psoriasi, che comportano una prospettiva di fiducia verso la possibilità di una cura che possa superare la sfide del tempo.

In Italia, la malattia è molto sottovalutata e la percentuale di pazienti affetti è sottostimata, per mancata o tardiva diagnosi. Tra le varie stime di prevalenza di popolazione adulta italiana affetta da psoriasi, la più affidabile appare essere quella di 1,8 per cento, corrispondente a circa 900 mila soggetti >18 anni, con un costo totale medio annuo per paziente con psoriasi moderata-grave compreso tra 690-17.200 €. L’impiego di terapie sistemiche tradizionali comporta che i costi non sanitari (diretti e indiretti) pesino per circa il 65 per cento dei costi totali, di cui circa il 70 per cento di perdita di produttività per il paziente e per chi lo assiste.
 
Certo l'introduzione delle terapie biologiche ha portato ad un aumento del costo dei farmaci, ma contemporaneamente ha generato una caduta di circa il 70 per cento dei costi non sanitari, con riduzione di un terzo dei costi indiretti. Il carico economico si affianca a quello sociale: gli ambiti della vita personale colpiti dalla psoriasi sono (in ordine decrescente): emotivo, sociale, familiare, professionale, fisico, scolastico e sessuale. “Questo - afferma Ugo Viora, vice presidente dell'Associazione Nazionale 'Gli Amici per la Pelle' (ANAP Onlus), a sostegno dei malati di psoriasi e di altre malattie dermatologiche croniche - comporta nei pazienti possibili effetti negativi indotti dai problemi che possono incontrare nella loro relazione con gli altri e nei rapporti sociali, anche a causa dei pregiudizi purtroppo ancora ben radicati. A loro volta, tali problemi, quali ad esempio stress, depressione o insonnia, tendono a peggiorare il quadro clinico e diminuire l’efficacia di alcune terapie. L'impatto di questa malattia sulla qualità di vita dei pazienti è quindi spesso superiore a quello di altre malattie croniche più conosciute, altamente individuale e non proporzionato alla gravità della malattia stessa, vera e propria sindrome di cui la cute può essere considerata la parte emergente di un iceberg. I pazienti continuano quindi a cercare soluzioni terapeutiche più adatte a loro, in grado di portare un tempo ‘ritrovato’, da vivere liberi dalla malattia, quanto più lungo e durevole possibile”.
 
Il ruolo dell’IL-23. Negli ultimi tre decenni sono stati e continuano a essere grandi i progressi nella comprensione di questa complessa malattia, che guidano verso lo sviluppo di innovativi approcci terapeutici. Recentemente la crescente evidenza del ruolo centrale dell'asse IL-23/Th17 nella patogenesi della psoriasi, in particolare con gli effetti indiretti sulla differenziazione delle cellule T e induzione della produzione di IL-17 e IL-22, ha portato l'attenzione su questa nuova via immunitaria come potenziale bersaglio di nuovi farmaci. Inoltre, l’IL-23 è stato riscontrato in livelli elevati nella cute dei pazienti affetti da psoriasi a placche. “Negli esseri umani, - commenta il professor Antonio Costanzo, responsabile di Unità Operativa Dermatologia – Istituto Humanitas di Milano e membro del consiglio direttivo della Società Scientifica SiDeMast – è stato dimostrato come il blocco selettivo di IL-23 sia in grado di normalizzare la produzione delle citochine effettrici, comprese IL-17A, IL-17F e IL-22 che favoriscono lo sviluppo della malattia infiammatoria. Pertanto - continua Costanzo - un approccio terapeutico con IL-23 come target, potrebbe essere più selettivo, valido ed efficace, e mostrare importanti miglioramenti in termini di efficacia e sicurezza a lungo termine nel trattamento della psoriasi, rispetto ai trattamenti finora disponibili”.
 
Guselkumab, primo inibitore dell’IL-23. Guselkumab è il primo trattamento biologico che inibisce in modo selettivo l’IL-23, disponibile in Italia per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a grave. L’approvazione si basa sui dati di studi clinici di fase III. Lo studio clinico VOYAGE 1, che confrontava guselkumab verso placebo e confronto attivo, ha dimostrato elevate percentuali di risposta clinica dopo appena 16 settimane, con miglioramento ≥ 90 per cento del Psoriasis Area and Severity Index score dal basale (PASI 90) nel 73,3 per cento dei pazienti e lo studio VOYAGE 2, oltre a confermare i risultati di VOYAGE 1, fornisce importanti dati sulla necessità di continuare la terapia con guselkumab per mantenere il più elevato livello di risposta e sull’efficacia del passaggio da confronto attivo a guselkumab. Entrambi gli studi riportano risultati di estrema efficacia ed elevata sicurezza dimostrate nel corso di 1 anno di trattamento, il tutto accompagnato da un pratico regime posologico (due dosi a inizio terapia a distanza di quattro settimane l’una dall’altra, seguite da una dose di mantenimento ogni otto settimane).  “Questi studi – sottolinea Costanzo – riportano tassi di risposta clinica a 6 mesi e 1 anno mai riportati prima con altri farmaci per la psoriasi. Inoltre, hanno valutato diverse aree del corpo in cui la psoriasi è tipicamente difficile da trattare e guselkumab è risultato estremamente efficace in tutte le regioni e ben tollerato nel corso di 1 anno di terapia, riportando anche miglioramenti rispetto al basale del punteggio Dermatology Life Quality Index (DLQI) e della percentuale di pazienti che hanno raggiunto DLQI 0/1 (nessun impatto della psoriasi sulla qualità di vita correlata alla salute) significativamente più elevati rispetto al confronto attivo. Pertanto, questi risultati suggeriscono che guselkumab potrebbe essere la terapia ideale neltrattamento della psoriasi”. (EUGENIA SERMONTI)

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