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AMERICAN HEART ASSOCIATION 2018

Il dapagliflozin funziona bene
su diabete, scompenso e reni

Con l’uso di dapagliflozin si è osservato un risultato positivo combinato sul controllo glicemico, lo scompenso cardiaco e le complicanze renali. Un intervento senza effetti collaterali che riduce le ospedalizzazioni del 17 per cento

12 Novembre 2018

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Il dapagliflozin funziona benesu diabete, scompenso e reni

Presentati all'American Heart Association di Chicago i risultati di dapagliflozin sugli outcome cardiovascolari nello studio di fase III DECLARE (Dapagliflozin Effect on Cardiovascular Events) su dapagliflozin di AstraZeneca - TIMI 58, il più ampio studio mai condotto, appunto, sugli outcome cardiovascolari (CVOT) per un inibitore di SGLT2 - pubblicati contestualmente sul New England Journal of Medicine. Lo studio ha confrontato i risultati di dapagliflozin sugli eventi cardiovascolari rispetto al placebo ed è stato condotto per un periodo di circa 5 anni in 33 paesi, coinvolgendo più di 17  mila adulti affetti da diabete di tipo 2: circa il 60 per cento dei pazienti arruolati non presentavano patologia cardiovascolare ed è stato dimostrato che dapagliflozin riduce del 17 per cento il rischio di ospedalizzazione dovuta a scompenso cardiaco e la morte cardiovascolare rispetto a placebo. Con l’uso di dapagliflozin si è osservata una minore incidenza di eventi cardiovascolari maggiori - i cosiddetti 'eventi Mace', che in questo studio erano ictus, infarto, e mortalità cardiovascolare - anche se questo secondo endpoint primario di efficacia dello studio a onor del vero non ha raggiunto 'significatività statistica'.

Secondo il professor Stefano Del Prato, direttore dell’Unità Operativa di Malattie del Metabolismo e Diabetologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Pisa “si tratta di risultati clinicamente rilevanti per i 3 milioni di pazienti che in Italia sono affetti da diabete di tipo 2 e che hanno un rischio da 2 a 5 volte più elevato di scompenso cardiaco e malattia cardiovascolare rispetto ai soggetti non diabetici". Lo scompenso cardiaco è la prima causa di ospedalizzazione in Italia e dopo 5 anni dalla diagnosi solo il 50 per cento dei pazienti con scompenso cardiaco sopravvive. Per questo, secondo Del Prato "i risultati dello studio DECLARE, ottenuti in una popolazione molto vicina a quella che vediamo normalmente nei nostri ambulatori, rivestono un particolare interesse e sottolineano la necessità di andare oltre l’obiettivo del controllo glicemico per un approccio più integrato del diabete e delle sue complicanze cardiache e renali".

Lo studio DECLARE-TIMI 58 ha inoltre confermato il buon profilo di sicurezza di dapagliflozin, raggiungendo l’endpoint primario di non inferiorità rispetto a placebo e dimostrando di non aumentare gli eventi Mace. L’endpoint composito renale secondario ha dimostrato un effetto positivo di dapagliflozin rispetto a placebo nell’intera e vasta popolazione studiata, riducendo del 14 per cento il rischio relativo, nonostante gli endpoint secondari avessero una significatività esclusivamente 'nominale'. Oltre alla sicurezza cardiovascolare lo studio DECLARE ha dimostrato, secondo Andrea Giaccari, professore associato di Endocrinologia e dirigente responsabile del Centro per le malattie endocrine e metaboliche della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma "una significativa riduzione del rischio per scompenso cardiaco e morte cardiovascolaree e un effetto nefro-protettivo in tutta la popolazione arruolata, anche nei pazienti in prevenzione primaria e con la stessa efficacia". Questi dati, uniti al buon profilo di sicurezza, secondo Giaccari "raccomandano ulteriormente l’utilizzo in fase precoce di dapagliflozin e ci impongono di riflettere su nuovi modelli di gestione e presa in carico di questi pazienti”.

I farmaci 'buoni’ ci sono, in grado di ridurre - e di molto - i ricoveri ospedalieri per scompenso cardiaco e per insufficienza renale delle persone con diabete. E parliamo di 'grandi numeri': i morti per patologie renali dal 1990 al 2013 sono raddoppiati e negli Stati Uniti, per fare un esempio, un certificato di morte su otto è riferito ad insufficienza cardiaca. "Ma anche se il medico di famiglia ha diagnosticato questi 'rischi', l’unico che può prescrivere i farmaci Sglt2 inibitori è il medico specialista - commenta il professor Giaccari - e non tutti i diabetici (e in tutta Italia) possono raggiungerlo facilmente. Risultato finale lo Stato risparmia qualcosina a livello di spesa farmaceutica ma spende molto, molto di più per ricoveri che con quei farnaci sarebbero stati evitati". Ma alla mano destra non interessa sapere cosa fa la sinistra: la solita gestione all'italiana... (ANDREA SERMONTI)

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