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OBIETTIVO ERADICAZIONE

Epatite C: al via campagna tv
per informare la popolazione

Oggi, nel mondo circa l’80 per cento delle nuove infezioni sono trasmesse attraverso lo scambio di siringa o di oggetti contaminati tra tossicodipendenti. Un dato di cui tenere conto nel piano di eradicazione del virus

24 Aprile 2019

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Massimo Galli

Massimo Galli

Entro il 2030 il virus dell’epatite C (Hcv) deve essere eliminato, questo è il traguardo che si propone di raggiungere l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Un evento, tenutosi negli scorsi giorni nel Senato di Roma, con i patrocini della Società italiana malattie infettive  e tropicali (Simit), e dell'Istituto superiore di sanità, e che ha affrontato diversi temi e scenari da  identificare e di capire i bisogni di cura complessivi della popolazione infetta da Hcv in Italia, stimata entro le 200 mila individui, per identificare possibili strategie e raggiungere così, gli obiettivi dell'Oms.

Il virus. L’Hcv è una delle principali cause di morbilità e mortalità correlate al fegato in tutto il mondo. Si stima che 71 milioni di persone siano affette da infezione cronica da virus dell'epatite C, di cui  un numero significativo  progredisce alla cirrosi o al cancro del fegato in assenza di un effettivo trattamento antivirale. Lo sviluppo della terapia antivirale ad azione diretta (Daa) ha  rivoluzionato l'approccio al trattamento e rinvigorito le iniziative di sanità pubblica volte a identificare i pazienti con epatite cronica da Hcv. L’Oms giudica possibile l'eliminazione dell'infezione da Hcv entro il 2030 attraverso il raggiungimento degli obiettivi strategici per il settore sanitario globale per l'epatite. Tuttavia, considerando l’alta prevalenza di Hcv in popolazione generale in Italia, è necessario identificare possibili strategie per aumentare la diagnosi e il trattamento delle persone infette.

La campagna di sensibilizzazione. Ecco perché da fine maggio 2019 con spot tv e azioni media mirate alla sensibilizzazione della popolazione, parte una grande campagna di sensibilizzazione e conoscenza per spingere la popolazione colpita e talora ignara della malattia, all'eliminazione del virus dell'Epatite C, con una terapia di poche settimane per bocca e senza alcun rischio. “Oggi abbiamo a disposizione farmaci per combattere l’Epatite C che sono così efficaci da assicurare nella quali totalità dei casi l’eradicazione dell’infezione. In questo scenario bisogna allora porsi la domanda: quali siano le categorie di persone nelle quali l’infezione si trova a circolare maggiormente e che quindi fanno da serbatoio dell’infezione - spiega il professor Massimo Galli presidente della Simit - Oggi, nel mondo  circa l’80 per cento delle nuove infezioni sono trasmesse ancora attraverso lo scambio di siringa o di oggetti contaminati tra tossicodipendenti. In quest’ottica è quindi chiaro che un progetto di eliminazione dell’infezione debba prevedere interventi volti a curarli”. A incoraggiare una sempre più necessaria e urgente strategia di terapia in questa direzione, il dato dimostrato che le terapie finora somministrate in persone tossicodipendenti attivi sia perfettamente efficace al pari di tutti gli altri pazienti. “La tossicodipendenza quindi non è un fattore che modifica l’efficacia del trattamento - conclude Galli – E una volta stabilito l’urgenza di trattare queste persone, dobbiamo attuare strategie finalizzate per far emergere il sommerso in queste popolazioni, ossia avviare campagne di screening per individuare con sempre più capillarità i pazienti da trattare”.

Epatite C nelle carceri. Ogni anno all'interno dei 190 istituti penitenziari italiani transitano tra i 100mila e i 105mila detenuti. In un contesto in cui circa il 70 per cento dei detenuti possiede almeno una malattia cronica, ma di questi solo poco meno della metà ne è consapevole, “le carceri si confermano un vero e proprio concentratore di patologie – spiega il professor Sergio Babudieri, direttore scientifico della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe) -  Tra le malattie infettive, per l’epatite C almeno un terzo di queste persone detenute sono di fatto etichettabili con il rischio di trasmissione endovenosa, considerando ovviamente come causa principale il fenomeno della tossicodipendenza. Ciò vuol dire che ci troviamo davanti a una massa critica annuale di circa 35mila persone con alle spalle una storia legata a reati connessi a sostanze stupefacenti e tra loro, circa il 70 per cento è venuto in contatto (che non vuol dire ne sia necessariamente affetto) con il virus dell’epatite C”. (MATILDE SCUDERI)

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