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Mammut, perché gli scienziati perdono il loro tempo a clonarli?

Gabriele Galluccio
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Vogliono clonare il mammut. Ci stanno pensando alcuni scienziati sudcoreani insieme ad altri russi. Avete presente il mammut? È quella specie di elefante molto peloso e scomparso qualche migliaio di anni fa, appena in tempo per non vedere il Grande Fratello Vip. Beato. Ora, nell'ambito di questo importante e significativo tentativo di far rivivere il bestione, la nostra analisi della faccenda, altrettanto scientifica, ci porta a porre un quesito che può in apparenza sembrare banale ma, fidatevi, non lo è: a che cazzo serve tutto ciò? Sappiamo perfettamente che questo appunto farà inorridire moltissimi tra coloro che vedono nel ritorno del mammut un passaggio significativo nella storia dell'uomo perché permetterà a tutti noi di... Niente, non ci arriviamo. Mammut, perché ti fanno tornare? C'è sicuramente un motivo ma noi non lo capiamo e, anzi, nella nostra dabbenaggine riusciamo soltanto a vedere gli aspetti negativi della faccenda. Punto numero 1. Ci state dicendo a ogni ora del giorno e della notte che stiamo affrontando una clamorosa fase di surriscaldamento globale e voi cosa fate? Clonate l'unico mammifero più peloso di Franchino (sì, quello di Fantozzi). Ma allora siete proprio infami e sadici. Cioè, se proprio avete questa necessità di clonare, allora piuttosto puntate su Moana Pozzi no? Vi manca la fantasia? Ecco a voi tutta una serie di soggetti da clonare più sensati del mammut: Elvis Presley, Furia cavallo del west, Bambi (per i più piccini), oppure il gatto del qui scrivente Pinu, scomparso 5 anni fa per una brutta insufficienza renale (ha lasciato un vuoto incolmabile). Ma non divaghiamo. Punto numero 2. Mettiamo anche che l'impresa vada a buon fine e a un bel punto ci ritroviamo tra le balle il mammut. Dove lo mettiamo? Chi lo porta fuori a fare i bisognini? Tenete presente che si tratterebbe di bisognini enormi, non basterebbe la paletta. Punto numero 3. Guardiamoci in faccia: nell'era dei social e dell'apparenza sappiamo perfettamente che fine farebbe il mammut. Giletti e la d'Urso si contenderebbero l'ospitata, l'animale diventerebbe immediatamente fenomeno da baraccone, gli faremmo credere di essere importante fino alla prossima clonazione - quella dello pterodattilo, per dire - che farebbe precipitare l'interesse nei confronti del mammut. Parliamoci chiaro: qui non escludiamo un possibile abbandono del mammut in autogrill ai primi di agosto. Pensateci bene. Punto numero 4. Quanto può costare l'impresa? Tremila lire? Decisamente no. Grazie a una ricerca approfondita (wikipedia) abbiamo scoperto aspetti inquietanti della faccenda: «Dal 1999, alcuni scienziati lavorano ad un ambizioso progetto che ha come scopo la clonazione del mammut. In particolare, l'équipe guidata dal professor Akira Intani della Kinki University di Osaka, spera di riuscire a clonare il mammut lanoso prelevando del dna intatto dagli esemplari rinvenuti congelati nel permafrost. Per riuscire nel loro intento, gli scienziati devono tuttavia risolvere difficilissime problematiche. Prima di tutto è necessario disporre di tessuti muscolari o sperma di questi animali in buono stato di conservazione, solo in questo modo si può sperare di estrarre delle cellule intatte. Questo è possibile esclusivamente su mammut che una volta morti siano congelati immediatamente, senza poi aver subito processi di scongelamento nel corso dei millenni». Cioè, questi ci provano da 21 anni e l'unica cosa che hanno capito è la stessa che sappiamo noi da sempre: l'hamburger scongelato o lo mangi subito o non lo puoi più ricongelare, altrimenti ti viene il cagotto. Signori, siamo alle conclusioni: in attesa di rimostranze da parte dei saccentelli esperti della Kinki University restiamo della nostra opinione e elaboriamo un finale che ipotizza il futuro incontro tra scienziato e mammut. L' uomo fissa la sua creazione, la studia, la guarda nelle palle degli occhi e poi, come un novello Corrado Guzzanti esclama: «Mammut, ma io e te, che cazzo se dovemo dì...». di Fabrizio Biasin

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