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Tutta la felicità della contraddizione per colazione

Il primo pasto è una metafora della vita: buoni propositi che svaniscono, egoismo e lussuria alla prima occasione utile
di Andrea Tempestinivenerdì 13 febbraio 2026
Tutta la felicità della contraddizione per colazione

2' di lettura

La colazione è una metafora della vita. I sogni svaniscono all’alba, il ricordo onirico evapora proprio nel tempo della colazione per poi sgretolarsi come una fetta biscottata sotto al peso del coltello. La fetta biscottata è uno scherzo in loop, appendice demoniaca nata per frantumarsi e innescare la prima frustrazione. Da tempo, infatti, ho scelto di non servirmene. In ogni caso al risveglio si frantuma l’ambizione di rispettare un adagio familiare, «il caffè va bevuto seduti». Non so da dove arrivi, forse dal proverbio milanese «ul cafè al va bevu sbruient, sedent e per nient» (va bevuto bollente, seduti e senza pagarlo).

Il punto è che per eccesso di generosità non lo bevo mai da seduto né bollente: siccome la colazione è metafora della vita, agli albori provo a dare il meglio. Ossia: spremuta per tutti (e la tignosa pulizia dello spremiagrumi), sbuccio e taglio a fette due mele e una banana, intiepidisco i croissant, in tavola dispongo biscotti, stoviglie, burro, marmellata e fette biscottate (ovvio non per me). Tento di concorrere al buon risveglio del focolare e così non basta il tempo per il caffè seduto. Di grottesco c’è che la speranza dell’altrui buon risveglio si frantuma illico et immediate: «Dormito bene?», «Una merda». Amen.

Resta il fatto che la mia colazione è una dichiarazione d’intenti: vitamine, frutta, schifezze ultra-zuccherine solo per chi le vuole, solo per quell’altruismo che dura fino alle 8 e spicci, fino a «una merda». Di fronte a tale risposta ti incappelli e addio buoni propositi. I sogni svaniscono all’alba, resta il fastidio del rassettare l’abbondanza disposta in tavola.

Le riflessioni sulla prima colazione nascono dal fatto che una recente circostanza mi ha presentato il conto di tutte le contraddizioni. Gran Paradiso e neve. Un incantevole hotel dove, sì, per quattro giorni l’anno il caffè lo bevo seduto. E la dichiarazione d’intenti - altruismo, frutta, vitamine - evapora. Ore 8, la colazione-tipo: crudo, moccetta, fontina, primo sale, fetta di toma, petit croissant al cioccolato, uovo pochè al tartufo nero, spremuta, caffè doppio macchiato freddo. Non è tutto: c’è un plateau di ostriche e un Franciacorta nel cestello. Dunque quattro molluschi e due calici.

Mi sentivo un cafone nell’usufruirne, lo facevo di soppiatto. Non scorgevo nessuno approssimarsi all’angolo delle ostriche eppure il plateau svaniva. Dunque tutti ne favorivano di soppiatto. Dettagli. Il punto è che dopo tutta quella roba mi alzavo satollo, malsano, rantolante. Una dichiarazione d’intenti opposta a quella casalinga. Ovvio: la colazione è una potente metafora della vita e la vita è contraddittoria e caotica. Evviva.