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Longevità, il ruolo della rapamicina: il segreto per una lunga vita?

di Paola Natalimercoledì 18 febbraio 2026
Longevità, il ruolo della rapamicina: il segreto per una lunga vita?

2' di lettura

Un gruppo di ricercatori dell’University of Oxford ha pubblicato uno studio che riaccende l’interesse scientifico sulla rapamicina, una molecola già nota in ambito medico, evidenziandone il potenziale nel contrastare l’invecchiamento cellulare legato a danni del DNA.  La ricerca si inserisce nel filone di studi che analizzano i meccanismi biologici alla base della senescenza cellulare, un processo in cui le cellule, pur non morendo, smettono di dividersi e iniziano a rilasciare segnali infiammatori che possono contribuire a malattie legate all’età. La rapamicina è un farmaco originariamente scoperto negli anni ’70 e utilizzato principalmente come immunosoppressore nei trapianti. Agisce inibendo una proteina chiamata mTOR (mechanistic Target Of Rapamycin), che regola crescita, metabolismo e sopravvivenza cellulare.

Negli ultimi anni, la comunità scientifica ha studiato il suo possibile  ruolo nei processi di invecchiamento, poiché l’inibizione di mTOR è stata associata a un prolungamento della vita in diversi modelli animali. Con il passare del tempo, il DNA delle cellule accumula danni dovuti a fattori ambientali, errori di replicazione e stress ossidativo. Quando il danno diventa significativo, le cellule entrano in uno stato di senescenza. Queste cellule “anziane” non funzionano più correttamente e possono contribuire allo sviluppo di patologie croniche come malattie cardiovascolari, neurodegenerative e tumori.

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Secondo lo studio condotto a Oxford, la rapamicina sarebbe in grado di modulare la risposta cellulare al danno del DNA, riducendo l’accumulo o gli effetti negativi delle cellule senescenti. I ricercatori hanno osservato che il trattamento con rapamicina può influenzare i meccanismi che regolano la stabilità del DNA e la sopravvivenza delle cellule danneggiate. In particolare, il farmaco sembra intervenire sui percorsi molecolari che determinano l’ingresso della cellula nello stato di senescenza. I risultati suggeriscono che la modulazione della via mTOR potrebbe rappresentare una strategia promettente per limitare i danni legati all’invecchiamento cellulare. Nonostante l’entusiasmo, gli scienziati sottolineano che si tratta di risultati preliminari, principalmente ottenuti in modelli sperimentali. Sono necessari ulteriori studi clinici per comprendere efficacia, dosaggi e possibili effetti collaterali nell’uomo. La ricerca dell’Università di Oxford si inserisce in un campo in rapida evoluzione, quello della biologia dell’invecchiamento, che mira non solo ad allungare la vita, ma soprattutto a migliorarne la qualità, riducendo l’impatto delle malattie legate all’età.

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