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Cuore, camminare fa bene? La ricerca che muta radicalmente il quadro

domenica 22 febbraio 2026
Cuore, camminare fa bene? La ricerca che muta radicalmente il quadro

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Camminare fa bene al cuore, certo. Ma perché l’attività abbia un impatto davvero significativo sul sistema cardiovascolare, l’andatura deve essere ben precisa. Non basta muoversi: conta la velocità. È quanto emerge da uno studio pubblicato su BMJ Heart, che ha analizzato i dati di 420.925 persone contenuti nella UK Biobank, con un focus dettagliato sull’andatura dichiarata dai partecipanti.

I ricercatori hanno distinto tre fasce: ritmo lento sotto i 5 km orari; passo normale tra 5 e 6 km orari; camminata veloce oltre i 6,5 km orari. Solo il 6,5% del campione procedeva lentamente, il 53% manteneva un’andatura intermedia e il 41% si muoveva a passo sostenuto. Il monitoraggio, durato 13 anni, ha registrato 36.574 casi di aritmia cardiaca, pari al 9% del totale, condizioni che possono aumentare il rischio di ictus, insufficienza cardiaca e arresto cardiaco se non trattate.

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Dopo aver corretto i dati per fattori demografici e stili di vita, il quadro è apparso netto: rispetto a chi cammina piano, chi tiene un’andatura media riduce del 35% il rischio di sviluppare anomalie del ritmo cardiaco, percentuale che sale al 43% per chi cammina velocemente. Le andature più sostenute risultano associate anche a un minor rischio di fibrillazione atriale, la forma di aritmia più diffusa.

Il tempo trascorso a passo lento non modifica il rischio, mentre aumentare i minuti a ritmo veloce lo riduce del 27%. In circa un terzo dei casi di aritmia, entrano in gioco fattori metabolici e infiammatori.

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Tra i partecipanti più rapidi prevalevano uomini, residenti in aree meno svantaggiate e con stili di vita più sani. Lo studio, di natura osservazionale e basato anche su dati auto-riferiti, presenta limiti: età media 55 anni, 55% donne e 97% bianchi.

"Questo studio è il primo a indagare i meccanismi alla base dell'associazione tra ritmo di camminata e aritmie e a fornire prove del possibile ruolo di fattori metabolici e infiammatori: camminare più velocemente riduce il rischio di obesità e infiammazione, che a sua volta riduce il rischio di aritmie", ha affermato la professoressa Jill Pell dell'Università di Glasgow. "Studi epidemiologici cumulativi hanno dimostrato che il ritmo di camminata è inversamente associato a fattori metabolici, come obesità, glicemia a digiuno, diabete e pressione alta, che a loro volta sono associati al rischio di aritmie".

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