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Sostenibilita

Delegati delle Nazioni Unite a Doha per tagliare le emissioni entro il 2020

Cop 18 in Qatar

Chiamati a impegnarsi 193 membri

26 Novembre 2012

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Delegati delle Nazioni Unite a Doha per tagliare le emissioni entro il 2020
Chiamati a impegnarsi 193 membri

Doha, 26 nov. - (Adnkronos/Dpa) - Il 'Fondo verde' per il clima di 100 miliardi di dollari l'anno potrebbe essere a rischio, visto il rallentamento economico registrato sia negli Stati Uniti sia in Europa, ma "i Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di questi soldi per essere in grado di inserirsi in un percorso low-carbon". Lo sottolinea Bindu Lohani, vice presidente della Adb, l'Asian Development Bank (la Banca Asiatica per lo Sviluppo), in apertura della conferenza di Doha, in Qatar.

Lohani si dice fiducioso che i Paesi ricchi possano aumentare gli aiuti finanziari a quei Paesi poveri che si trovano a dover fare i conti con le consegeunze dei cambiamenti climatici e auspica che i negoziati di Doha vadano oltre gli attuali problemi che interessano l'economia globale, per mettere in campo un piano di aiuti per le nazioni in via di sviluppo che sia in grado di mitigare gli impatti dei cambiamnenti climatici e aiutarli ad adattarsi alle condizioni climatiche estreme.

Le nazioni ricche hanno finanziato, finora, quasi 30 miliardi di dollari in sovvenzioni e prestiti volti a iniziare, nei Paesi più poveri, politiche di riduzione delle emissioni e di adattamento climatico, ma questo tipo di impegno, preso nel 2009, scade proprio quiest'anno. Lohani, però, spera in un rinnovato impegno del protocollo di Kyoto e in "qualche incremento" nell'ambito di un accordo universale sui cambiamenti climatici ai colloqui di Doha dove i 193 membri delle Nazioni Unite sono chiamati a impegnarsi per un concreto taglio delle emissioni entro il 2020. I delegati presenti a Doha sono al lavoro sui dettagli del trattato che dovrebbe essere firmato entro il 2015.

"La 18esima Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici che si apre oggi a Doha può dare un contributo importante anche per uscire dalla crisi economica. Perché non si tratta solo di contrastare il surriscaldamento del Pianeta e di mitigare gli effetti sempre più evidenti del mutamento climatico in atto, come i fenomeni climatici estremi e le siccità che colpiscono fasce sempre più ampie del Pianeta e che si abbattono anche su alcune aree del nostro Paese. Ma si tratta di proporre un cambiamento culturale e un diverso modello di sviluppo, fondato su un'economia a basso tenore di carbonio, che fa della green economy un fattore strategico". Lo afferma Ermete Realacci, responsabile Green economy del Pd, commentando l'apertura della Cop18 a Doha.

"Nel nostro Paese - aggiunge - già oggi esiste una green Italy che interessa il 23,6% delle imprese creando occupazione, tanto che il 38,2% delle assunzioni complessive programmate per l'anno in corso si deve alle aziende che investono in tecnologie green. E sempre le imprese 'verdi', come emerso dal recente rapporto GreenItaly 2012 di Fondazione Symbola e Unioncamere, sono quelle che innovano di più e che meglio competono sui mercati globali".

Il cambiamento climatico è già in atto. Per questo è urgente passare dalla parole ai fatti. E' questo l'invito che Greenpeace rivolge ai governi che si riuniscono da oggi a Doha per la Conferenza delle Parti della Convenzione Onu sul Cambiamento Climatico. In particolare, a Doha si decide della sorte del Protocollo di Kyoto che, per quanto largamente insufficiente, è l'unica legittima decisione globale per la limitazione delle emissioni di gas serra che di recente hanno superato il limite di 390 parti per milione. Dalla rivoluzione industriale del XVI secolo ad oggi abbiamo immesso nell'atmosfera 375 miliardi di tonnellate di carbonio.

"E' ora che i governi, compreso quello italiano che promuove il carbone e le trivellazioni in mare, si diano da fare per rappresentare concretamente gli interessi delle popolazioni, sempre più vittime del cambiamento climatico, e non quelli delle imprese fossili, dai petrolieri a chi costruisce centrali a carbone, che di tutto questo sono responsabili" dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.

Greenpeace chiede che a Doha ci si accordi per un secondo periodo di impegni, senza permettere che il mercato dei diritti di emissione si riveli ancora una opportunità per le aziende di acquistare a basso costo il diritto di alterare il nostro clima. Ad oggi sono ancora a disposizione dei grandi emittitori di gas serra diritti residui per 13 miliardi di tonnellate di Co2, equivalenti a 2,5 volte le emissioni annue dell'Europa.

Negli ultimi cinque anni, l'aumento dell'uso del carbone è stato responsabile di due terzi dell'incremento delle emissioni globali di Co2 e ormai istituzioni come la Banca Mondiale, la Cia e l'Unep lanciano allarmi molto chiari sui rischi che stiamo correndo.

Purtroppo, sottolinea Boraschi, "l'economia mondiale sta accelerando nella direzione sbagliata. Per rimetterla in carreggiata a Doha ci vuole una leadership forte e lungimirante che definisca subito obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni di gas serra per dare un segnale chiaro agli investitori su quale sarà il sistema energetico mondiale". Nell'ultima Conferenza delle Parti, a Durban lo scorso anno, si è deciso di arrivare nel 2015 a un accordo vincolante sul clima; e che si sarebbe comunque andati avanti nella riduzione delle emissioni fino a quando tale accordo non entrasse in vigore, nel 2020.

A Doha, secondo Greenpeace, bisogna stabilire obiettivi di riduzione delle emissioni più ambiziosi al 2020 e dare concretezza alle altre decisioni di Durban come il Green Climate Fund che deve essere adeguatamente finanziato per fermare la deforestazione nei Paesi in via di sviluppo. La deforestazione è responsabile del 20% delle emissioni di gas serra oltre che della perdita di biodiversità, già minacciata dal cambiamento climatico.

Serve un segnale forte che dimostri concretamente la volontà politica di lavorare verso un nuovo accordo ambizioso e giusto. Così Legambiente commenta l'avvio dei lavori a Doha per la conferenza delle Parti della Convenzione Onu sul Cambiamento Climatico. Per avviare la transizione verso un nuovo accordo globale a Doha si dovrà adottare il programma di lavoro della cosiddetta 'Piattaforma di Durban', che con una dettagliata tabella di marcia deve guidare i negoziati per raggiungere un nuovo accordo globale giusto, ambizioso e legalmente vincolante entro il 2015.

In questo contesto, per Mauro Albrizio, responsabile Politiche Europee di Legambiente, "è fondamentale approvare a Doha il rinnovo degli impegni previsti dal Protocollo di Kyoto, in scadenza alla fine di quest'anno. Sino ad ora, tra i paesi industrializzati, hanno garantito la sottoscrizione l'Unione europea, la Svizzera e la Norvegia. Mentre Usa, Canada, Giappone e Russia si sono già detti contrari. Australia e Nuova Zelanda invece devono ancora assumere una decisione finale". Nonostante ciò "il 'Kyoto 2' è uno strumento indispensabile a garantire la transizione verso il nuovo accordo globale".

I negoziati sul 'Kyoto 2' sono a buon punto. Restano ancora da sciogliere alcuni nodi giuridici per garantire l'immediato avvio dal primo gennaio 2013, e soprattutto resta da risolvere la questione spinosa del surplus di emissioni assegnate per il primo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto e che secondo le norme attuali possono essere conteggiate per gli impegni di riduzione del secondo periodo 2013-2020. Si tratta di ben 13 miliardi di tonnellate di Co2 che interessano soprattutto Russia, Ucraina ed alcuni paesi dell'est Europa. Questo surplus rischia di mandare in tilt l'intero sistema se si continua a consentire la possibilità di vendere sul mercato delle emissioni le quote in eccesso.

Ma una soluzione di buon senso sta guadagnando un crescente consenso. Si tratta della proposta sostenuta da Cina, India, Brasile e Sudafrica di consentire l'uso del surplus sino al 2020 solo per gli 'usi domestici' dei paesi detentori delle quote in eccesso, vietando però loro la possibilità di immetterle sul mercato. Altra decisione fondamentale per il buon esito di Doha riguarda gli aiuti ai paesi poveri per sostenere i loro impegni di riduzione e di adattamento a cambiamenti climatici in corso nel periodo di transizione 2013-2015 con un sostegno finanziario annuo di almeno 10-15 miliardi di dollari.

Serve, infine, conclude Albrizio, "un segnale forte che dimostri concretamente la volontà politica di lavorare per davvero verso un nuovo accordo ambizioso e giusto. L'eliminazione entro il 2020 dei sussidi ai combustibili fossili è senza dubbio una decisione che va in questa direzione. Si tratta di circa 800 miliardi di dollari l'anno che potrebbero essere invece destinati a sostenere azioni di mitigazione e adattamento, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

In questi paesi l'Agenzia internazionale per l'energia stima "in ben 630 miliardi di dollari l'ammontare dei sussidi ai combustibili fossili, la cui eliminazione consentirebbe una riduzione delle emissioni del 5.8% entro il 2020. Oltre 110 paesi non solo in via di sviluppo ma anche Stati Uniti e Unione europea, si sono già espressi a favore. Decisione ormai non più rinviabile".

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