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Basta lagnarsi per i tagli: il cinema ha perso appeal

Apprendiamo dall’Ansa l’ennesima geremiade sul taglio dei finanziamenti al cinema italiano. Il querulo è l’attore Stefano Fresi, un tipo simpatico che parla con passione del suo lavoro, ma ci infligge la solita tirata sulla penuria di fondi
di Claudia Gualdanasabato 3 gennaio 2026
Basta lagnarsi per i tagli: il cinema ha perso appeal

4' di lettura

Apprendiamo dall’Ansa l’ennesima geremiade sul taglio dei finanziamenti al cinema italiano. Il querulo è l’attore Stefano Fresi, un tipo simpatico che parla con passione del suo lavoro, ma ci infligge la solita tirata sulla penuria di fondi. Un refrain che ci ammorba da un anno e si ripresenta puntuale, perché “un film come questo fa parte di quel cinema che rischia di sparire di più, perché ha meno difese”. La pellicola è il noir L’acqua non è mai ferma di Roberto Mariotti e non si comprende da cosa dovrebbe difendersi: se è un buon film, la gente andrà a vederlo.

È un’opera indipendente e il cinema è un’industria, d’accordo. Ma è lecito scrivere che non esiste solo il cinema in Italia? C’è molto di più, come universalmente noto. Invece a sentire la parrocchietta cinematografara pare che la patria sia un deserto culturale e Cinecittà l’unica luce nella tenebra. Impossibile dimenticare le rampogne scomposte dell’attore Elio Germano al ministro della Cultura, a suo dire colpevole di mettere in crisi il sistema. La verità è un’altra e a chi scrive sembra invece che il cinema italiano, le cui produzioni distano anni luce da quelle dei registi che ne hanno fatto la storia, riceva troppo. Basta fare due conti per capirlo.

Nel 2025 il fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo ha elargito la bellezza di 696.034.750 euro tra tax credit, contributi, promozione e risorse per il potenziamento delle competenze del cinema: il tutto è minuziosamente documentato sul sito del ministero della Cultura. Ma il grido di dolore è dovuto al fatto che l’anno precedente i milioni erano stati oltre 741 e per il prossimo ne sono previsti 600. È un po’ meno, ma non sembra neanche una condanna alle piaghe d’Egitto. Ciò detto, nessuno vuole impedire a chicchessia di manifestare per dei tagli, ma è lecito invocare un po’ di sobrietà e di misura perché il cinema non è l’unica risorsa culturale italiana. L’occasione per parlare delle cenerentole di un sistema in cui il cinema si sente in diritto di farla da padrone perché girava così con governi di altro orientamento, come se quello in carica non avesse il diritto di fare la sua politica culturale, ce la dà Artribune. La prestigiosa testata di arte e cultura contemporanea comunica le cifre del VI Rapporto dell’Osservatorio sul Patrimonio Culturale Privato promosso dall’Associazione Dimore Storiche Italiane (A.D.S.I.). Anziché dilapidare milioni con film che a volte neanche vanno a vedere i parenti queste realtà, a fronte di contributi pubblici che interessano solo il 2% dei siti, nel 2024 hanno accolto 35 milioni di visitatori, per non dire che delle 46.000 dimore - ville, castelli e palazzi - oltre 20.000 hanno organizzato “almeno un evento culturale”.

La gran parte di questi luoghi si trova nei piccoli Comuni – quelli che si sostiene a parole di voler preservare – e nel 58% dei casi vi si organizzano viaggi di istruzione per studenti di ogni ordine e grado. Tra le attività, anche mostre, concerti, agricoltura di qualità e strutture ricettive. Trattandosi in gran parte di dimore private che richiedono enormi spese di manutenzione, nell’85% dei casi a carico dei proprietari per una spesa media superiore ai 50.000 euro annui, pur creando posti di lavoro, non v’è ragione per cui li si debba trattare come figli di un dio minore. Il marxista fuori tempo massimo dirà che se son capitalisti è colpa loro e a noi non deve importare nulla, ma è una postura miope, perché siamo di fronte a un esempio virtuoso di conservazione del nostro patrimonio architettonico. Senza pantomime grottesche, ADSI chiede il sostegno delle istituzioni e semplificazione normativa. La nuova legge sul Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio ha semplificato alcune procedure nelle ristrutturazioni. Tuttavia, alla luce di questi numeri, non si vede perché non si debbano elargire più fondi a queste realtà, che tra l’altro creano indotto, non i buchi neri. Qualcuno potrebbe obiettare che l’Italia non può essere trattata come un museo, in cui merita quel che s’è fatto e non quel che si fa. Ecco, appunto. Nessuno che si ricordi di chi la cultura la fa davvero: la piccola editoria, vitale, creativa, vettore di opere di ogni genere e orientamento, che cammina sulle sue gambe in un mercato in cui dominano i grandi gruppi editoriali, con librerie e un battage pubblicitario da paura. Si stenta a credere che ci sia chi piange a fronte di oltre 600 milioni annui, e altri che tacciono nonostante i miserabili 6 milioni di appannaggio: poche migliaia di euro l’anno e neanche vanno a tutti. Bisognerebbe aiutare chi crea lavoro, per giunta intellettuale, rendendo possibile un vero pluralismo delle idee, che di rado sono politiche: parliamo di filosofia, letteratura, arte, storia; tutte questioni molto al di sopra delle beghe di partito. Non c’è niente che possa sostituire il libro nella creazione e nella trasmissione della cultura. Si può dire, senza timore di smentite, che se c’è una luce nella tenebra, la torcia la portano questi eroi della porta accanto: lavorano dispensando piccoli tesori, non reprimende, e l’Italia dovrebbe tutelarli con ogni mezzo.