Che cosa c’era prima di Gomorra? Una Napoli di cinquant’anni fa. Un’Italia ancora ingenua ma non certo innocente. In Gomorra – Le Origini, prequel in sei episodi della saga crime più famosa della tv italiana (disponibile dal 9 gennaio su Sky e Now) ci sono, infatti, già tutti i tratti ben riconoscibili della cesura sociale generata dallo svilupparsi dei clan camorristici nati all’ombra del Vesuvio. La serie segna, dunque, un ritorno al passato, o meglio, alle radici della degenerazione criminale che nell’ultimo mezzo secolo si è impossessato della Campania fino ad arrivare ben oltre i confini della regione che fu capitale del Mezzogiorno italiano prima che l’Italia divenisse unita.
Negli antefatti delle storie raccontate dal romanzo di Roberto Saviano, però, non trovano spazio il fascino senza pensieri de I malavoglia o di Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga né il romanticismo decadente de I viceré di De Roberto o de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Racconti che ai loro bordi vedono pure lo sviluppo del fenomeno del Brigantaggio che, nella Sicilia risorgimentale, ha fatto da prequel al mondo delle cosche mafiose poi raccontate in mille e una serie tv. Gomorra -Le Origini, infatti, è già ben permeata del malvagio seme del male e al centro della sua narrazione mette proprio la perdita dell’innocenza, l’istante esatto in cui Pietro Savastano smette di essere un ragazzo qualsiasi e diventa quello che il pubblico ha imparato a temere. In una parola, il battesimo alla malavita organizzata. Siamo a Napoli, 1977.
Niente grattacieli del potere, niente imperi strutturati. Solo una città povera, sporca, contrabbandiera, sospesa tra le sigarette di frodo e l’arrivo dell’eroina. È qui che cresce il giovane Pietro, “figlio di nessuno”, ragazzo di strada di Secondigliano che sogna una vita migliore e che scoprirà troppo presto il prezzo da pagare per ottenerla. A interpretarlo è il giovanissimo Luca Lubrano, chiamato a raccogliere un’eredità pesante senza imitare, ma reinventando. Gomorra - Le Origini è prodotta da Sky Studios e Cattleya e porta firme che sono ormai un marchio di fabbrica: Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli e Roberto Saviano. Ma soprattutto segna il ritorno di Marco D’Amore, che dirige i primi quattro episodi, fa da supervisore artistico e co-sceneggia. Insomma, Gomorra torna a casa. E lo fa con chi quella casa l’ha abitata davvero. Il prequel, però- fortunatamente - non cede alle facili lusinghe della nostalgia. Anzi il ruolo di “sirena” si incarna nel protagonista già maturo che più di altri rappresenta proprio la cattiveria in un contesto, come detto, già profondamente oscuro, duro, sporco e senza redenzioni possibili.
L’incontro con Angelo ‘A Sirena, il reggente di Secondigliano, interpretato da Francesco Pellegrino, apre a Pietro le porte della criminalità. Da lì in poi è una discesa fatta di violenza, alleanze e tradimenti. Attorno a lui si muove un mondo popolato da personaggi destinati a lasciare il segno: ‘O Paisano, (Flavio Furno) detenuto visionario che sogna una camorra nuova; una giovanissima Imma (Tullia Venezia) divisa tra liceo, conservatorio e sogni americani; Michele Villa ‘O Santo (Renato Russo), erede dell’aristocrazia criminale di Napoli. E poi il contrabbando, le bische, le famiglie, la ferocia quotidiana. Il rischio (che sembrerebbe essere stato aggirato) era quello dell’operazione commerciale. Il risultato, almeno sulla carta, infatti, è altro: un ritorno alle radici, a quella formazione totalizzante alla scuola del crimine che ha reso Gomorra un fenomeno globale, venduto in oltre 190 Paesi. Ora, però, non c’è il boss ma l’adolescente. Non il potere, ma la fame di raggiungerlo purchessia. Non la leggenda, ma la sua genesi per capire come nasce un mostro senza giustificarlo.




