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Agostina Belli: "Feci ingelosire Liz Taylor. E la Wertmüller mi insultava"

di Alessandro Dell'Ortodomenica 1 febbraio 2026
Agostina Belli: "Feci ingelosire Liz Taylor. E la Wertmüller mi insultava"

11' di lettura

Agostina Belli è nata a Milano, ma è romana adottiva e i suoi occhi - azzurrissimi e profondi- ti conquistano come quando era una giovane attrice. Vive in campagna immersa nella natura («Ho tre gatti, ma in passato ho cresciuto pure una tigrotta») e sta scrivendo la sua biografia («Uscirà tra pochi mesi») per ricordare una carriera incredibile (ha conquistato premi prestigiosi tra cui un “David di Donatello” per “Telefoni bianchi” e tre “Globi d’Oro” per “Profumo di donna”, “Il piatto piange” e come rivelazione dell’anno) e una vita avventurosa («Ho rischiato di morire molte volte, anche in un naufragio»), ma anche tormentata: sua madre è stata uccisa nel 1970, delitto rimasto irrisolto.

Agostina Belli, lei...
«...aspetta, diamoci del “tu” seti va».

Certo. Vivi in un posto meraviglioso qui in campagna.
«Grazie, mi sono trasferita qui, al mare, 15 anni fa con mio marito, dopo aver vissuto per molto tempo sul lago di Bracciano. Amo la natura e il mio pianeta, e sono ad ogni istante entusiasta della sua bellezza e complessità».

Gestisci tutto da sola?
«Beh, ora non più. Ma un tempo, anche semi assentavo spesso per lavoro, ero capace di telefonare dal Messico per organizzare i lavori necessari per l’orto e il frutteto. Mentre quando stavo a casa aiutavo anch’io: sai che so guidare anche il trattore?».

Avete molti animali?
«Adesso solo tre gatti. Negli anni, però, mi sono circondata pure di oche, conigli, pavoni e tre cavalli, uno dei quali il mio amatissimo Nice di razza maremmana - è vissuto con me fino alla veneranda età di 38 anni. Lui mi portava sulle sue spalle e io l’abbracciavo mentre andavamo a spasso per i boschi o a guadare i ruscelli, in tutte le stagioni, con la luce della luna o con il sole».

Come mai sorridi?
«Beh, perché mi è capitato anche di avere una tigre da allevare e da curare».

Davvero?
«Un amico l’ha salvata da persone che l’avevano presa, per gioco, appena nata. Ma poi, diventata ingombrante, la lasciavano sempre sola su un balcone dal quale lei, disperata, si era addirittura buttata».

Come si chiamava?
«“Benji”. Era bisognosa d’affetto, ma per giocare con lei mi dovevo coprire il corpo: stivali fino alla vita, cappuccio, guanti. Dopo tre mesi, purtroppo, diventata troppo grande, a malincuore ho cercato di trovare un’altra soluzione e grazie a Dio sono riuscita a farla ritornare dalla sua mamma».

Noi torniamo a te e alle tue origini: Agostina Maria Magnoni, questo è il tuo nome all’anagrafe, nasce a Milano il 13 aprile 1947. I tuoi genitori che lavoro fanno?
«Papà Domenico è un artista e fa il “passamantiere”, cioè allestisce le bordure che servono per decorare o rifinire abiti e oggetti: è lui, per esempio, a produrre i cordoni in oro per il sipario della Scala. Mamma Lina, invece, è parrucchiera».

E tu che bambina sei?
«Un maschiaccio con un carattere forte e determinato. Tutti mi chiamano “Mariuccia” e sono la capobanda delle ragazzine del cortile».

Che scuole frequenti?
«Vado dalle suore e sono curiosissima, faccio mille domande. Pensa che una volta, a 9 anni, prendo coraggio e chiedo a suor Serenilla, che insegna anche catechismo: “Scusi, madre, lei ha detto che Dio ha creato tutto, ma allora chi ha creato Dio?”. E subito dopo, per paura, mi accuccio senza osare guardarla per il timore di finire nel sottoscala, che è il posto buio dove mettono chi è in punizione e dove spesso finisco anche io».

Da quello che dici non vai volentieri dalle suore...
«Eh no, e ogni giorno, quando papà mi accompagna a scuola con il suo “Guzzino”, lo imploro: “Portami con te nel solaio dove lavori, non voglio andare dalle suore. Ti prego, papà”. E qualche volta riesco a convincerlo».

A proposito di moto, è vero che sono da sempre una delle tue tante passioni?
«È papà che me l’ha trasmessa. Tu non ci crederai, ma a 15 anni ho persino “rubato”, guidandolo, il suo “Galletto”, che è una moto Guzzi 175! Poi, un po’ più grande, con il primo stipendio mi sono comprata una Lambretta senza targa per finire, a 25 anni, ad andare in giro per Roma addirittura con una XS 650 Yamaha. Con quella moto mi sono presentata persino alle conferenze stampa dei miei film».

Torniamo all’infanzia e all’adolescenza.
«Purtroppo a 13 anni un giudice mi costringe a scegliere tra mamma e papà perché i miei genitori hanno deciso di separarsi. È un duro colpo dover decidere, ma sapendo che papà ha più bisogno di me, scelgo di continuare a vivere con lui. Puoi renderti conto che non è facile andare a scuola e gestire anche una casa a soli 13 anni. Quindi mi diplomo in segretariato d’azienda e lavoro alla Rinascente nell’ufficio contabilità».

Nel frattempo, però, ti affacci al mondo del cinema.
«Sì, ma è un caso. Un giorno leggo un’inserzione su un giornaletto e scopro che cercano ragazzi e ragazze che sappiano ballare per girare una scena di “Banditi a Milano” di Carlo Lizzani. E pagano anche bene: 10.000 lire al giorno per tre giorni di riprese, mentre io in quel momento ho uno stipendio mensile di 60.000 lire».

Così decidi di provarci.
«Mi presento e vedo che ci sono tantissime modelle con dei book stupendi. Io, invece, ho solo una fototessera 3x3 cm: l’aiuto regista mi guarda, ride e chiede al fotografo di farmi qualche scatto».

Ti prendono, ma non solo per ballare.
«Eh sì. Lizzani, vedendo l’immagine, nota che sono mora con gli occhi azzurri, proprio come il personaggio che deve interpretare l’ostaggio nel film. Così mi fanno girare la scena e Lizzani, alla fine, si complimenta con me dicendo che ho una naturale spontaneità e che dovrei coltivare la recitazione: “Se vuoi venire a Roma ti consiglio io un agente". Mi colpisce questa proposta, ci penso e mi licenzio dalla Rinascente».

Ti trasferisci subito?
«Papà non è d’accordo, ma facciamo un patto: se entro 6 mesi non riesco a realizzare il mio sogno devo tornare a Milano e dimenticare per sempre il cinema».

Per fare l’attrice, però, come prima cosa ti costringono a cambiare cognome.
«L’intuizione giusta ce l’ha un costumista: “Perché non ti fai chiamare Belli, come il famoso poeta?”. L’idea mi piace e da quel momento divento Agostina Belli».

Il nome d’arte porta bene e, nel 1972, ti scelgono per “Mimì metallurgico ferito nell’onore”. Un successo.
«Sì, ma tutti mi conoscono come Rosalia, il personaggio interpretato: bruttarella, con i baffi, le occhiaie e i capelli ricci. E, quando l’agente mi propone per altri lavori dicendo che ho recitato con la Wertmüller, nessuno, vedendomi mora e carina, mi riconosce».

Nel frattempo continui a fare anche la modella?
«Sì, realizzo servizi prestigiosi e divento molto conosciuta riuscendo a vincere anche un concorso importante come modella dell’anno. Divento pure testimonial per la Philips e per l’aranciata San Benedetto riempiendo i muri e giornali con la mia immagine. Però ti svelo un segreto: per anni esistono due “Agostine” parallele».

Cioè?
«Quando lavoro per la pubblicità mi presento bionda, con i capelli corti e truccata, mentre ai provini per il cinema vado con i capelli lunghi e mora, con poco trucco. Così, molto semplice».

Torniamo a “Mimì metallurgico”: in quel film c’è anche Mariangela Melato.
«Che conosco di vista perché faceva la vetrinista nella mia stessa Rinascente. L’incontro è buffo: “Che fai qui?”, mi domanda. “L’attrice, ho il ruolo di Rosalia Mardocheo, moglie di Mimì. E tu?”. “L’attrice, sono l’amante”».

A proposito della Melato, Renzo Arbore ha raccontato che la loro storia è nata “a casa di Agostina Belli mentre suonava Battisti”.
«Sì, è proprio così. In quegli anni organizzo spesso serate da me con molti amici, tra cui Lucio che è già molto famoso e, malgrado non sia particolarmente socievole e di compagnia, porta la chitarra. Però quando si mette a cantare tutti noi, istintivamente, gli andiamo dietro e lui si scoccia. A volte, addirittura, si ferma per farci smettere».

Dopo “Mimi metallurgico” la tua carriera decolla.
«Il successo e i soldi, però, non me li godo per la tragedia capitata a mia madre: lavoro il più possibile solo per potermi pagare due investigatori privati e cercare la verità».

Ti va di parlarne? Tua mamma gestiva una pensione a Milano e, il 16 febbraio 1970, è stata uccisa.
«Il suo corpo senza vita viene ritrovato nel suo appartamento. È tutto in disordine come se ci fossero stati i ladri: cassetti aperti, sedie per terra, mobiletti e tavolini spostati...».

L’omicidio resta irrisolto.
«Sì, purtroppo. Quando, dopo un anno, ci comunicano la chiusura delle indagini e ci permettono di entrare nell’appartamento, capisco che c’è qualcosa di strano: sul comodino vicino al letto ci sono ancora una collanina e un orologio e soprattutto sul tavolo della cucina due bicchierini da liquore e un cofanetto di caramelle ancora confezionato. E quindi io mi convinco che chi ha ucciso mamma non era un ladro, ma uno che lei conosceva bene e che le ha portato anche un regalo. A questo punto i dubbi per me diventano macigni...».

Gli investigatori privati, negli anni successivi, scoprono qualcosa?
«Malgrado gli sforzi nemmeno loro riescono a fare luce. E ad un certo punto vengo costretta a smettere di indagare perché in quel periodo, vivendo in una casa isolata in campagna, comincio a ricevere minacce di morte sulla segreteria telefonica, poi il mio cane viene avvelenato e mi rubano persino la macchina lasciandomi indifesa. Ed è proprio a quel punto che la polizia stessa mi intima di non insistere e di lasciar perdere».

Chissà che tensione...
«Sì, e tanta paura. Ma la polizia, per proteggermi, mi rilascia il porto d’armi e acquisto una “Smith & Weston 38” che imparo a usare al poligono di tiro. Per anni l’ho sempre portata con me: in aereo quelli dell’Alitalia lo sapevano e me la custodivano nella cabina di pilotaggio».

Speri ancora di trovare l’assassinio di tua madre?
«Certo, sono in contatto con il dottor Posa, criminologo, che indaga con la sua équipe. Non mi arrendo. Voglio scoprire chi è stato, anche se oggi forse non c’è più, e soprattutto mi tormenta ancora la domanda: perché l’ha fatto?».

Come riesci, in quegli anni, a lavorare convivendo con una tragedia simile?
«L’unico modo è dividere le cose: sul set sono Agostina Belli, ma nella vita privata, come Mariuccia, mi rifugio nei miei studi alla ricerca interiore di risposte esistenziali per trasformare l’ansia in serenità. E così, appena finito di girare un film, sparisco per mesi».

Dove vai?
«In barca, tra i fiordi norvegesi, con il mio compagno di allora, l’attore Fred Robsahm, un vero lupo di mare. Lo aiuto a restaurare un’antica goletta del 1936 - venti metri, 36 tonnellate, due alberi e vele bordeaux - che chiamiamo “Eye Seraye”».

Il viaggio più avventuroso?
«Quello della partenza dalla Norvegia in pieno inverno, nel Mare del nord, per arrivare a Inverness e attraversare l’interno della Scozia, percorrendo i 96 chilometri del Canale di Caledonia, per poi sfociare nel Mar d’Irlanda: indimenticabile».

Qualche rischio?
«Il peggiore è stato quando, negli Anni ’80, abbiamo naufragato in Toscana: il tempo è cambiato improvvisamente e una tromba marina ci ha spinto contro le rocce. Ci siamo salvati arrampicandoci a mani nude sulla parete rocciosa di 20 metri con le onde sferzanti che cercavano di staccarci dalla presa».

Agostina, la tua vita sembra un romanzo.
«Vero. Ma non solo per cose belle, ho sfiorato la morte diverse volte: in un incidente stradale, da giovane, e poi quando quasi sono annegata sul set durante le riprese di “Sepolta viva”».

A proposito di film, tu in carriera ne interpreti 72 lavorando con registi e attori famosissimi. Facciamo un giochino: un ricordo o un aneddoto dei personaggi più incredibili che hai conosciuto. Partiamo con Richard Burton (“Barbablù”, 1972).
«Mi mette soggezione perché dovrò recitare in inglese, lingua che in quel periodo non conosco: però imparo le mie battute e le dico perfettamente. Un giorno, poi, Burton mi invita a provare nella sua roulotte e mi offre da bere, poi commenta: “Very good, brava”, ma...».

Cosa succede?
«In quel momento entra a sorpresa sua moglie Liz Taylor che urla, gli fa una scenata di gelosia, mi prende per un braccio e mi scaraventa fuori dalla roulotte fulminandomi con lo sguardo. Ha gli occhi minacciosi e sembra una vipera».

La regista Lina Wertmuller (“Mimì metallurgico ferito nell’onore”, 1972).
«Ah, sì, lei è una vera dittatrice, con me è spietata. Giriamo in piazza ad Aci Trezza, vicino Taormina. Devo entrare in scena, ma sono lontana e non la sento dire “azione”, allora prende il megafono e si permette di urlare: “Stronzaaaa, ho detto azione!”. Un incubo, piangevo tutte le sere in hotel».

Vittorio Gassman (“Profumo di donna”, 1974).
«Non ho un bel ricordo di lui all’inizio: mi sembra non essere entusiasta di me e sul set è molto scorbutico, il nostro rapporto per un po’ di tempo è solo professionale.
Anche il regista Dino Risi, i primi tempi, è distaccato, ma poi, per fortuna, cambia e mi vuole addirittura per “Telefoni bianchi” dove sono l’assoluta protagonista, accompagnata da Gassman, Tognazzi e Pozzetto».

Philippe Noiret (“Un taxi color malva”, 1977).
«Spocchioso e pieno di sé: se ne sta spesso in disparte a mangiare le ostriche ignorando il resto del cast».

Fred Astaire (“Un taxi color malva”, 1977).
«Giriamo in Irlanda, mi invita a casa di sua figlia e a metà serata mi prende per mano chiedendo di ballare un valzer insieme. Indimenticabile».

Marcello Mastroianni (“Doppio delitto”, 1977).
«L’attore più dolce e simpatico. Ad un certo punto, però, c’è da girare la scena in lambretta, ma ha paura della mia guida. “Non ti preoccupare, monta che ho avuto moto molto più grosse”, gli dico. E alla fine si convince perché il giorno dopo arrivo sul set alla guida della mia XS Yamaha 650».

Oltre che con loro hai lavorato anche con altri attori di livello mondiale?
«Sì e mi fa molto piacere nominarli: Kirk Douglas, Ives Montand, J. Luis Trintignant, Peter Ustinov e Oliver Reed».

Continuiamo con la tua carriera. Ad un certo punto, nel 1983, decidi di fare un film per la televisione francese: “On ne le dira pas aux enfants”. Come mai?
«Il mio scopo è quello di entrare nelle case dei francesi ed infatti è un grande successo perché otteniamo il 46,7 per cento di share. Risultato straordinario».

Qual è stato il tuo lavoro più impegnativo?
«Impegnativi fisicamente ne ho fatti diversi: la guerra nella “Guerrillera” cavalcando dalla mattina alla sera, poi sono stata nella jungla dello Yucatan nel film “Manaus”, dove ho rischiato di essere persino assalita da un coccodrillo, e anche altri. Ma a livello mentale la serie “l’Agenzia”, dodici film di coproduzione europea dove io sono protagonista e devo recitare in lingua francese in tutti e dodici i telefilm, è stata davvero l’impegno più faticoso. Così come per le otto puntate di Raidue “Vanità” dove io, protagonista con Buzzanca, non solo devo recitare ma anche ballare, per ogni puntata, un ballo d’epoca dal foxtrot agli Anni ’80».

Agostina, ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione?
«Esistono quasi 4200 religioni diverse, male più diffuse sono cinque: Cristianesimo, Islam, Induismo, Buddhismo ed Ebraismo. Beh, io ho cercato di studiarne qualcuna, ma tutte parlano di un loro Dio o più di uno, quindi mi sono chiesta: “Chi avrà ragione? A quale Dio dovrei credere?”. Per me la fede è un’esperienza intimista, si può avere una forte fede spirituale anche al di fuori di una religione organizzata. Ecco perché ho imparato a credere in un Dio, ma come “coscienza cosmica” onnipresente in ogni atomo. E questa coscienza è la matrice divina».

2) Paura della morte?
«No, l’ho sfiorata più volte. E, durante un incidente alla guida della mia auto, ho vissuto un’esperienza personale che mi ha convinta che la reincarnazione esiste».

3) Sei stata fidanzata 16 anni con l’attore Fred Robsahm. Ora sei sposata?
«Da 40 anni con un palombaro di “alta profondità”, che significa scendere in acqua anche fino a 300 metri: un vero “aquaman”».

4) Qualcuno che vorresti riabbracciare?
«Oltre ai parenti, l’amica del cuore Nuccia morta a 19 anni».

5) Ultima domanda: un film nel quale ti sarebbe piaciuto lavorare?
«“Incontri ravvicinati del terzo tipo”».