Ci risiamo. Un invito che diventa un caso, un artista che finisce sotto processo prima ancora di salire sul palco, una tempesta di indignazione che si scatena sui social e rende impraticabile ciò che, fino a poche ore prima, sembrava normale amministrazione. È in questo clima che si colloca la rinuncia di Andrea Pucci a una presenza al Festival di Sanremo. Pucci ha parlato di insulti, di minacce, di una spirale di aggressività che nulla aveva più a che fare con il lavoro artistico. Ed è proprio da qui che occorre partire: nessuna forma di intimidazione è giustificabile, a prescindere dalle idee politiche, dalle simpatie o dalle antipatie personali. Questo dovrebbe essere un punto condiviso, preliminare, non negoziabile e invece, sempre più spesso, non lo è. Non è un meccanismo che colpisce solo il mondo della comicità o dell’intrattenimento. Lo si è visto anche in ambiti che dovrebbero essere, per definizione, più impermeabili alla polarizzazione politica. La direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, nonostante prove musicali ampiamente riconosciute come solide ed efficaci, continua a essere oggetto di una contestazione che travalica il giudizio artistico e assume i tratti della gogna mediatica permanente. Anche in questo caso, l’opera e il risultato passano in secondo piano rispetto all’identità attribuita alla persona.
La vera novità del nostro tempo è che i tribunali non sono più soltanto quelli previsti dall’ordinamento. Accanto ai giudici togati si sono affermati tribunali informali, rapidissimi e privi di garanzie: Facebook, Instagram, TikTok, YouTube. Luoghi in cui si emettono sentenze immediate e spesso irrevocabili, capaci di rendere impraticabile, in poche ore, una scelta professionale. È qui che la riflessione diventa inevitabilmente più ampia e più scomoda. Perché questo tipo di mobilitazione, questo linciaggio reputazionale, si orienta quasi sempre nella stessa direzione politica? Perché colpisce prevalentemente artisti, intellettuali, figure pubbliche percepite come non allineate a un certo sentire progressista dominante? La risposta non sta in un complotto, né in una regia occulta. Sta nella storia. Il mondo dello spettacolo italiano nasce e si struttura, nel secondo dopoguerra, all’interno di una forte egemonia culturale progressista. Cinema, teatro, editoria, televisione pubblica si sono formati dentro reti, linguaggi e codici condivisi, che hanno identificato a lungo la sinistra non solo come opzione politica, ma come orizzonte morale.
Pucci, Meloni spiana la sinistra: "Se attaccano me è satira, ma su di loro..."
Giorgia Meloni interviene sul caso Andrea Pucci e la polemica legata a Sanremo 2026, dove il comico ha rinunciato alla c...Questa impostazione ha anche una radice teorica precisa. Nel pensiero di Antonio Gramsci, l’egemonia culturale non è semplice influenza, ma capacità di definire ciò che appare naturale, legittimo, “giusto”. Col tempo, però, ciò che nasceva come progetto culturale si è irrigidito fino a trasformarsi in una forma di superiorità morale: non più un confronto tra visioni del mondo, ma una linea di demarcazione tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Questa egemonia non è mai stata totale né priva di contraddizioni. La Rai, per esempio, è stata per decenni il luogo della lottizzazione, non di una sola parte. E tuttavia il lessico, i riflessi condizionati, le categorie del “bene” e del “male” sono rimaste sorprendentemente stabili. Nell’era dei social, quelle stesse categorie si sono trasformate in strumenti di pressione dal basso, apparentemente spontanei, in realtà potentissimi. Il paradosso è evidente. Mentre una parte della sinistra accusa il governo di “aver messo le mani” sulla cultura e sullo spettacolo, la realtà quotidiana mostra spesso l’opposto: nessuna censura formale, ma una censura informale e preventiva, esercitata attraverso la paura della tempesta mediatica. Viviamo così in una perenne campagna elettorale, in cui tutto viene immediatamente politicizzato e in cui l’identità conta più del lavoro, l’etichetta più della competenza. In questo clima, la rinuncia di Pucci non è una vittoria di qualcuno né una sconfitta di qualcun altro. È una sconfitta dello spazio comune, dell’idea che la cultura possa essere un luogo plurale, attraversato da differenze, non una trincea. La domanda finale è semplice, e proprio per questo inquietante: vogliamo davvero un Paese in cui un artista venga giudicato prima per ciò che pensa – o per ciò che gli viene attribuito – e solo dopo, forse, per ciò che sa fare? Se la risposta è no, allora il problema non è Pucci, né Sanremo. È il clima che abbiamo accettato come normale e che normale non è affatto.




