Vladimir Putin è il vero Grande Fratello russo. Le radici del suo potere, infatti, avrebbero a che fare nientemeno che con la mente di un autore di reality show: lo spin doctor Vadim Baranov, personaggio immaginario, protagonista del romanzo Il mago del Cremlino che da ieri è nelle sale, anche italiane, nella versione cinematografica diretta da Olivier Assays. Un film che nasce dalla conoscenza diretta tra il regista e l’autore del libro, Giuliano da Empoli, scrittore e professore italiano di Politica Comparata all’Istituto di studi politici di Parigi, ma anche dalla collaborazione con la penna di un altro grande scrittore, il francese Emmanuel Carrère che ha trovato i modi più giusti per dar vita a soggetto e sceneggiatura.
Un po’ come nel racconto fa Vadim Baranov, ex artista d’avanguardia diventato produttore televisivo, immaginando l’interprete migliore per dar vita alla nuova Russia. Banov era uno che aveva imparato a scrivere copioni e pilotare emozioni. Ora, però, l’obiettivo grosso era la Russia intera, vista dalla prospettiva del Cremlino. Il vincitore designato fu un ex colonnello del Kgb destinato a farsi chiamare Zar.
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Alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, durante le prove cronometrate dello skeleton a Cortina d'Ampezzo, l...Il mago del Cremlino, lanciato in Italia da 01 Distribution, nelle sue 2 ore e 29 minuti di durata, prova a raccontare così l’ascesa di Putin in maniera fantasiosa ma storicamente coerente. Assayas lo ha detto chiaramente: niente caricature. Il film è un thriller politico complesso. E Baranov (un Paul Dano glaciale e magnetico) è il demiurgo che trasforma il caos post-sovietico in una macchina perfetta, affidata nelle mani dell’uomo che il regista ha definito «il male assoluto dei nostri tempi». La storia comincia nella Russia dei primi anni ’90. L’Urss è crollata, Eltsin barcolla, gli oligarchi si spartiscono il bottino. In quel vuoto di potere si infilano uomini come Boris Berezovsky (interpretato da Will Keen), matematico diventato re delle televisioni, e soprattutto un funzionario grigio dell’FSB (i servizi segreti che hanno sotituito il Kgb) che parla poco e osserva molto: Vladimir Putin, interpretato da un Jude Law caratterizzato da una gelida essenzialità performativa che riesce a tenere insieme la rigidità, l’esitazione studiata, quel misto di timidezza e ghiaccio che diventa cifra del personaggio.
Baranov non è un mostro, è un intellettuale cosmopolita, ibrido tra cultura russa e occidentale, lettore di Machiavelli, capace di intuire prima degli altri la forza che prenderà chi dominerà internet e i suoi algoritmi, nuovi campi di battaglia politici e geopolitici nei quali il Cremlino è il set permanente. Girato in Lettonia, dove Assayas ha ricreato Mosca e San Pietroburgo, Il mago del Cremlino si può dividere in tre atti: l’ebbrezza liberista e libertaria post-sovietica, l’ascesa di Putin, il consolidamento della tirannia. Unica a sfuggire dalla rete del “mago” è una donna: Ksenia (Alicia Vikander) fascinosa sirena rivelatrice che diventa anche unica coscienza critica in un libro-film che, da ultimo, ha l’obiettivo di mostrare il modo in cui il potere, a Mosca come altrove, parli in realtà una lingua unica.
Sempre la stessa nel tempo. E se oggi l’Occidente si scopre particolarmente fragile e vittima delle proprie illusioni digitali, forse dovrebbe ricordare che qualcuno, nel laboratorio di Mosca, aveva capito tutto con largo anticipo. Usando quello spazio che oggi chiamiamo web, addirittura meglio degli americani che l’avevano inventato. In cui la realtà, già trent’anni fa, iniziava a diventare il reality in cui il pubblico crede di poter scegliere e definire tutto quando nei fatti l’unico a decidere la sceneggiatura è lo Zar che non sogna la pace ma la guerra.




