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Referendum giustizia, "Portobello" ci ricorda che le toghe non pagano mai

Trentaduemila vite distrutte da errori giudiziari e nessun magistrato ha pagato (dal 1992 al 2020). Ha pagato anzi lo Stato per un ammontare di 870 milioni di euro
di Annalisa Terranovamartedì 17 marzo 2026
Referendum giustizia, "Portobello" ci ricorda che le toghe non pagano mai

3' di lettura

Trentaduemila vite distrutte da errori giudiziari e nessun magistrato ha pagato (dal 1992 al 2020). Ha pagato anzi lo Stato per un ammontare di 870 milioni di euro. È questo uno degli argomenti su cui si batte e ribatte da parte dei sostenitori del Sì al referendum sulla giustizia. La serie Portobello sul caso eclatante di Enzo Tortora incastrato da pentiti che lo accusarono di far parte della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo evidenzia in modo esemplare come vengano disintegrate la vita, la reputazione, il privato di un uomo vittima di malagiustizia. Portobello si può vedere su Hbo Max che fa capo a Warner media ma avrebbe meritato di certo una rete generalista per aiutare un pubblico più vasto a riflettere sulla necessità di mettere la casta della magistratura dinanzi ai propri errori.

«Mi dispiace - ha detto Gaia Tortora - per tutte le persone che mi stanno fermando e che non possono permettersi una piattaforma». Fabrizio Gifuni interpreta magistralmente Enzo Tortora, la sua sofferenza non ostentata, il sonno che non riesce ad arrivare, l’angoscia che si traduce in male fisico, il suo stato d’animo confessato in una telefonata a Marco Pannella: «Mi sento come in un tritacarne«. La sua impotenza dinanzi a un giudice istruttore ostile che lo tratta già da condannato. La serie di Bellocchio ci parla di arroganza e di presunzione: quella dei pentiti cutoliani e quella dei magistrati. Il libro di Vittorio Pezzuto Applausi e sputi che ricostruisce minuziosamente la gogna mediatica che contribuì al linciaggio morale di Tortora fa comprendere molto bene anche il conformismo del sistema dell’informazione e di quel mondo dello spettacolo dove in questi giorni in tanti si sono sentiti in dovere di scendere in campo evocando scenari antidemocratici in caso di vittoria del Sì. Un conformismo, dunque, che attraversa i decenni. Trentaduemila vite distrutte da errori giudiziari per cui non pagano i giudici ma lo Stato, si diceva. Non ci fu solo Tortora. Anche Lelio Luttazzi fu sbattuto in cella a Regina Coeli per un mese per una telefonata a Walter Chiari che convinse gli inquirenti che fosse complice di un traffico di stupefacenti. «Ma può un giudice trasformarsi in persecutore?» si chiese Luttazzi reduce da quella terribile esperienza che ovviamente compromise la sua carriera. Era il 1970.

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Prima del caso Tortora. «Da allora - ha detto la moglie Rossana Luttazzi a Il Dubbio - Lelio (scomparso nel 2010) aspetta la separazione delle carriere». Luttazzi comprese meglio e più di altri il dolore di Tortora. Un caso, dicono ora i fautori del No, che non va strumentalizzato perché se passasse la riforma gli errori giudiziari ci sarebbero lo stesso. Ma almeno certi giudici non farebbero carriera perché ci penserebbe l’Alta corte disciplinare separata dai due Csm a sanzionare il loro operato. «Almeno- ha detto Gaia Tortora in una intervista - che nei curriculum dei giudici si veda quante inchieste hanno portato a buon fine e quante no». Bellocchio ci fa vedere all’opera il “sistema” di cui ha parlato Luca Palamara, un sistema che dopo premia i giudici del processo di primo grado ma non quello d’Appello che contribuì a fare assolvere Tortora. Nessuno ne parla mai di Michele Morello, ha sottolineato opportunamente Filippo Facci, che addirittura ricorda come Morello fu messo sotto procedimento disciplinare al Csm per una dichiarazione fatta ai cronisti dopo l’assoluzione di Tortora.

La serie Portobello rimanda anche a un’altra questione: la responsabilità civile dei magistrati resa impraticabile da una legge, ha ricordato Francesco Damato, scritta in accordo tra Dc e Pci per vanificare l’esito del referendum del 1987 dove avevano trionfato i favorevoli a sottoporre a responsabilità civile, prevista per tutti i cittadini, anche i magistrati. La tragedia di Tortora è soprattutto simbolo dell’individuo schiacciato dal potere, anche dal potere della calunnia, da quello del popolo che si accanisce come le tricoteuses rivoluzionarie, da quello dei media. Un meccanismo che incoraggia i giudici nell’errore perché «se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa...». Parole queste ultime di Alessandro Manzoni nel suo Storia della colonna infame, libro col quale Tortora, non a caso, volle essere sepolto. 

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