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L'Eurofestival sabotato fa il boom di ascolti

di Daniele Priorilunedì 18 maggio 2026
L'Eurofestival sabotato fa il boom di ascolti

3' di lettura

L’Eurovision Song Contest, il carrozzone continentale di musica pop, più o meno leggera, nato settant’anni fa col nome di Eurofestival, piace sempre di più al pubblico di tutto il mondo. Decine di milioni di telespettatori europei e non solo, infatti – in barba ai boicottaggi in salsa pro Pal – hanno assistito, tifato e televotato in massa (soprattutto per il cantante di Israele, vero vincitore morale dell’edizione) che ha visto al primo posto, con 516 punti, la Bulgaria della procace cantante Dara che con la sua Bangaranga, antica danza rituale balcanica, ha fatto ballare a più non posso la Wiener Stadthalle, l’arena della capitale austriaca che ha ospitato la manifestazione, scacciando i demoni di chi, premier spagnolo Sanchez in testa, ha fatto di tutto per boicottare invece l’Eurovision. Come è noto, infatti, Spagna, Irlanda, Islanda Slovenia e Paesi Bassi non hanno partecipato alla gara, contestando proprio la presenza di Israele. Tentativo vanificato completamente dal pubblico di tutto il mondo che, chiamato a televotare i cantanti in gara per la finalissima, si è dirottato a valanga proprio sul rappresentante dello stato ebraico, Noam Bettan che con la sua Michelle ha infatti sfiorato il colpaccio grazie a un’ondata di voti popolari che lo ha proiettato momentaneamente addirittura al comando della classifica. Alla fine sono arrivati 343 punti e un clamoroso secondo posto che ha ammutolito proteste e contestazioni pro Palestina, praticamente assenti durante la finalissima, diversamente da quanto accaduto nelle semifinali dove qualche cicaleccio “Free Free Palestine” si era invece udito anche attraverso la tv. Nell’arena viennese, sabato sera, a prevalere sono stati assolutamente i cori e le bandiere non ostili allo stato sionista.

POLEMICHE E FAN
Nonostante ciò le polemiche hanno continuato a viaggiare fuori dal palco. A ricordarle spesso durante la diretta italiana ci ha pensato il telecronista Rai, Gabriele Corsi, ormai voce storica dell’Eurovision, affiancato quest’anno dalla brillante Elettra Lamborghini. Una coppia promossa anche dai vertici della tv di Stato italiana che su Rai1 ha raccolto oltre 5 milioni di telespettatori e il 36% di share, con picchi del 60% al momento della proclamazione della vincitrice, mentre erano 6,7 milioni gli italiani di fronte agli schermi durante l’esibizione di Sal Da Vinci, quinto classificato con la sua Per sempre sì. Una fan base televisiva, per Eurovision, in crescita anche nel resto d’Europa. Secondo i dati raccolti da Eurofestival News, in Germania la finale ha superato i 9 milioni di spettatori, in Francia ha sfondato quota 6 milioni e anche nei Paesi nordici lo show ha mantenuto share altissimi. In Austria, Paese ospitante, la finalissima è stata l’evento televisivo più seguito dell’anno. Anche in Australia, invitata ormai stabilmente al contest, il quarto posto ottenuto ha generato un boom social e televisivo. Numeri indiscutibili che, tuttavia, non hanno fermato lo scontro ai piani alti della politica internazionale. Specie tra Israele e Spagna. Con il ministro della Difesa israeliano Israel Katz che ci ha tenuto ovviamente a esaltare il risultato del cantante Noam Bettan definendolo «un eroe malgrado la campagna di attacchi e diffamazioni» guidata dal premier spagnolo Pedro Sanchez e dai Paesi che hanno sostenuto il boicottaggio televisivo della manifestazione, aggiungendo anzi – con un pizzico di malcelato orgoglio – a nome della Difesa e dell’Idf che il cantante «ha portato gioia a ogni soldato». Tweet al quale nella giornata di ieri si è affrettato a ribattere, da Madrid, proprio il primo ministro iberico, il quale ha risposto a suon di musica, rilanciando sui social il messaggio “Che la guerra non mi sia indifferente”, citazione del brano Solo le pido a Dios di Mercedes Sosa trasmesso dalla tv pubblica Rtve durante la controprogrammazione della finale. “Di fronte a una guerra illegale e anche a un genocidio, il silenzio non è un’opzione”, aveva dichiarato Sanchez alla vigilia dell’evento.

MEGLIO CANTARE
Una sfida politica e simbolica che ha inevitabilmente attraversato anche il festival e continua a far discutere, perdendo, però, il focus della realtà che, per quanto Eurovision Song Contest possa rappresentare un importante e simbolico evento di massa, non riuscirà mai a essere contraltare il dramma e a superare gli echi di guerre e terrorismo che feriscono il mondo e mettono a tacere ogni canzone. Proprio per questo, sebbene consci del fatto che, comunque sia, sempre e solo di canzonette si sta parlando, varrà sempre la pena continuare a cantare. Israele l’ha capito, i maitre à penser della sinistra oscurantista no. Preferiscono continuare a confondersi con ayatollah e talebani. Altri che la musica l’hanno sempre messa a tacere.