(Adnkronos) - La tenacia di Lacedelli lo portò anche, cinquant’anni dopo la conquista del K2 nel 2004, a farvi ritorno. Con lui la figlia ed il genero, una squadra di portatori, un medico, un massaggiatore. Impiegarono 14 giorni per raggiungere il campo base a 5000 metri. Era il 2004, Lino aveva 79 anni. L’eredità di Lino nei confronti della montagna è sconfinata, e va ben oltre la nota conquista di una cima. Perché la montagna, certo, non è di nessuno, ma il K2 è diventato per antonomasia la vetta degli italiani. Un sogno che tuttavia può diventare un incubo. E che necessita di un grande coraggio, quello di Lino, un uomo che anche nei momenti di massima avversità “traeva ancora dalle altissime qualità del suo forte animo l'energia sufficiente per giungere a piantare sulla seconda cima del mondo il tricolore d'Italia”. L’immenso ottomila, conquistato assieme ad Achille Compagnoni nella spedizione coordinata da Ardito Desio, fu un colossale riscatto per il nostro Paese, ancora distrutto dal terribile conflitto mondiale di dieci anni prima, “un luminoso esempio delle più alte virtù di nostra gente”, come si legge nelle motivazioni al conferimento della medaglia d’oro al valore civile. Fu, questo, un modo per dimostrare che l’inventiva, la tenacia, la forza di Lino e dei suoi compagni potevano davvero essere qualità italiane - quelle stesse qualità che permisero la nascita della società Averau, del soccorso alpino, di un modo innovativo di costruzione degli impianti. Alla presidenza degli impianti Averau c’è oggi Marco Zardini, che domenica farà gli onori di casa assieme ad Alberta Lacedelli, figlia di Lino, che "pianterà" il cartello con il nome della pista dedicata al padre. Il tracciato – una variante di 1.5 km della principale Cinque Torri – sarà usato per le qualificazioni alle gare. Si tratta di una pista innovativa, la prima pubblica in Italia, completamente attrezzata per gli allenamenti e pensata per il training degli atleti anche oltre i Mondiali di sci alpino 2021.




