Cerca
Logo
Cerca
+

Dan Peterson, "attore, agente segreto e avvocato mancato. Ma amo solo il basket"

Leonardo Iannacci
  • a
  • a
  • a

Chi è Daniel Lowell Peterson, nato 88 anni fa a Evanstone, Illinois, sotto il segno del Capricorno? Un grande ex allenatore? Un eccellente commentatore tv? Un genio del marketing pubblicitario? Un bravo scrittore? Un simpatico attore caratterista? Un laureato in storia americana? Un appassionato di enigmistica? Dan è tutte queste cose miscelate insieme e la sua vita potrebbe anche essere raccontata in un film. Il progetto c’è. Incontrarlo è sempre un’esperienza totalizzante. Per me, per noi di Libero: Dan è il numero 1!

Peterson, lei è l’americano più italiano che ci sia, vero? 
«Ho vissuto più anni da voi che negli Stati Uniti. E parlo ormai solo la vostra lingua qui a Milano. I ricordi della giovinezza a Evanston sono nitidi e li racchiudo nel blog dove racconto la ‘mia’ America. Non solo il mio basket».
Sta seguendo le finali di Coppa Italia? 
«Come sempre. La pallacanestro è nel mio Dna anche se mamma e papà volevano facessi l’avvocato. Nell’Illinois degli anni ’50 mi innamorai subito del basket e a 18-20 anni dissi: non voglio finire dietro a una scrivania. Non avendo il fisico giusto, iniziai ad allenare nelle università».
Come giudica la sorprendente eliminazione di Bologna con Reggio Emilia? 
«Una partita secca, senza domani, può portare a tali risultati. La Virtus è parsa stanca, ha molti giocatori di 35-37 anni che hanno pagato la bellissima Eurolega dei mesi scorsi. E a Reggio è riuscito tutto bene».
A questo punto Milano ha la coppa in pugno? 
«È la naturale favorita. Messina sa come gestire certe partite e la squadra è oggettivamente forte anche se, nelle due semifinali, Venezia e Napoli possono costituire due sorprese».
Come giudica l’Olimpia in prospettiva? 
«Non la vedo ancora fuori del tutto dalla top ten di Eurolega mentre per lo scudetto, con un Mirotic al 100%, che può giocare pivot e tirare da tre, resta la candidata principale».
Tornando alla sua romanzesca vita, abbastanza giovane finì ad allenare in Cile. Come mai? 
«Fu un’esperienza incredibile. Vivendo da solo, imparando lingua e costumi diversi, diventai grande in tutto».
Vero che scampò per poco al Golpe di Pinochet? 
«Era il 1973 e a Santiago tirava una brutta aria. Alla fine di agosto presi un aereo per Bologna perché il proprietario della Virtus, Gigi Porelli al quale ho dedicato il mio ultimo libro, mi aveva fatto firmare un bel contratto. Ignaro di quello che sarebbe successo in Cile, partii e solo qualche giorno dopo, l’11 settembre, ci fu il golpe e fecero fuori Salvador Allende. Pensate, il mio ufficio di Santiago era a 80 metri dal suo palazzo. Vidi tutto quell’inferno in Italia, dalla tv».
Dal 1973 non se ne è più andato. Ama così tanto il nostro paese? 
“Sì. A Bologna, dove ho vinto lo scudetto, e poi dal 1978 a Milano ho avuto squadre e giocatori pazzeschi. La prima Olimpia fu quella indimenticabile della Banda Bassotti, con D’Antoni playmaker. Tre anni dopo arrivò Meneghin e poi McAdoo. Anni leggendari».
Un flash indimenticabile? 
«Nella Coppa dei Campioni 1987 perdemmo l’andata a Salonicco di 31 punti. Uno choc. Prima della partita di ritorno dissi solo una cosa, anche banale, ai giocatori: per qualificarci dobbiamo vincere con 32 punti di scarto, vi chiedo di recuperare un punto ogni minuto di gioco. Morale: vincemmo 83-49 e, poi, conquistammo la coppa contro il Maccabi».
Meneghin è stato il giocatore più forte che ha allenato? 
«È stata la mia locomotiva, il simbolo, l’uomo squadra. Come oriundo più forte scelgo Mike D’Antoni, come stranieri Bob McAdoo e il Tom Mc Millen che allenai alla Virtus».
Lei si è ritirato dalla panchina a soli 51 anni. Un errore? 
«Sì. Ero svuotato. Avrei dovuto fermarmi un paio di mesi e poi continuare».
Nel frattempo Peterson era diventato un’icona televisiva. Il basket NBA divenne celebre grazie a lei... 
«Era l’NBA straordinaria di Magic Johnson e Larry Bird. Esaltante e con enormi campioni, un gioco pazzesco e grandi rivalità. Oggi l’NBA non si può più guardare. Stanno rovinando tutto, è una gran noia.
Tirano soltanto da tre, vanno uno contro uno e fanno alley-oop muscolari. Il palleggio, arresto e tiro non esiste più, né gli schemi».
Il nostro basket ha nostalgia delle epiche rivalità Peterson-Valerio Bianchini. Vi rubavate gli scudetti in quegli anni ruggenti, vero? 
«Valerio è un amico, una persona molto intelligente. Al mio matrimonio in chiesa, quando il sacerdote ha chiesto di scambiarci un segno di pace, ha detto ridendo: eh no, questo è impossibile... Grande!».
Lei ha inventato un certo modo di fare pubblicità. Come nacque il famoso spot del tè Lipton?
«Mi fu lasciata libertà, in quella pubblicità sono me stesso: deve sapere che la mia famiglia, a Evanstone, lo beveva sempre. Soprattutto d’estate per rinfrescarsi. Così nacque la famosa frase del “sole che ti spacca in due”».
Nei suoi commenti, a punteggio acquisito, si inventò: “mamma butta la pasta”!
«Frase presa dal mondo reale di Evanstone. Là dicevano: mamma metti su il caffè!».
Gli ultimi tre libri che ha scritto sulla sua vita e sul basket sono godibilissimi. Si diverte a scrivere?
«Mi sveglio alle 7, orario imposto da mia moglie Laura perché fosse per me lascerei il letto anche prima. Mi metto al computer e scrivo articoli, ricordi per il blog e capitoli dei libri».
Lei ha fatto di tutto in 88 anni. Una cosa che non ha mai svelato?
«Ho studiato il linguaggio degli indiani d’America, di alcune tribù. E lo parlo anche».
Girava la leggenda che lei fosse stato persino un agente della CIA?
«Sì ma per scherzo ho interpretato un agente della Cia nella serie Coliandro».
Mai pensato a un film sulla sua vita incredibile?
«Sa che qualcosa del genere bolle in pentola?».
Dovesse scegliere un attore per interpretare Dan Peterson, su chi punterebbe?
«Su Tom Cruise, il mio preferito. Però mia moglie Laura boccerebbe la scelta dicendo: “ma Tom Cruise è bello!”». 

Dai blog