Qui si intende parlare di campionissimi, di fuoriclasse dello sport italiano visto quello che ha combinato Jannik Sinner a Wimbledon. Il trionfo del nostro formidabile Peter Pan del tennis ha alimentato un gioco perverso ma stuzzicante: chi sono state le dieci icone sportive dal dopoguerra ai giorni nostri? Per chiarire le cose, abbiamo disturbato nella sua Pantelleria Italo Cucci, firma storica e testimone del tempo. Italo, Sinner rientra già nella sua personalissima top-ten? «Per me è al secondo posto. Vincere a 23 anni quattro slam, due Davis è già un passaporto per la gloria. Da 58 settimane è al numero 1 e Jannik è un esempio con la sua faccia pulita. Il legame che ha con la sua famiglia, ad esempio, testimonia educazione e stile».
Se Jannik è al secondo posto, chi al primo della storia?
«La coppia Bartali-Coppi. Inscindibili, vanno ricordati insieme per i trionfi e l’epoca in cui correvano nell’Italia del dopoguerra. Loro due hanno messo in bicicletta gli italiani».
Terzo posto a...?
«A Tomba, il fuoriclasse dello sci nato in città e in grado di fermare un Festival di Sanremo per la sua discesa olimpica a Calgary. Ha rappresentato lo sci moderno dopo quello di Zeno Colò e di Thoeni vincendo tutto: Olimpiadi, mondiali e la coppa del mondo senza mai cimentarsi nella libera, tanto era forte in slalom».
Prego, continui.
«Dietro Albertone ci metto Dino Zoff, friulano e campione nella vita. Ha vinto tutto con la Juventus e, in azzurro, un Europeo e un mondiale a 40 anni. Un giorno mi disse: se rinascessi vorrei essere un pilota di Formula 1. Mi stupì Dinone».
Quinto posto a...?
«Giacomo Agostini, 15 titoli mondiali, pilota e campione amatissimo, soprattutto dalle donne. Parlava spesso in terza persona, gli dissi un giorno: Giacomo, pensi di essere Giulio Cesare?».
Lei ha molto ammirato Pablito Rossi.
«E difatti lo metto al sesto posto. Meritatissimo per un ragazzo che, prima del trionfo in Spagna, si è sentito dire di tutto. Squalificato ingiustamente per il calcioscommesse è stato spernacchiato e insultato come un malvivente. Poi ha vinto ed è diventato per magia il fidanzato d’Italia».
Un altro campione da lei molto ammirato?
«Nino Benvenuti: le sue sfide con Mazzinghi hanno elevato la boxe nell’Italia degli anni ‘60. Dopo aver vinto l’oro olimpico a Roma, Nino è stato campione del mondo battendo Emile Griffith in una storica notte dagli italiani, vissuta qui in Italia alla radio. Il suo era un pugilato elegante e schermava come pochi».
Siamo al settimo posto della top-ten.
«Va a Pietro Mennea, un atleta straordinario con un fisico da impiegato del catasto, determinato e con un carattere difficile. Era anche molto intelligente: dopo il ritiro si è laureato quattro volte ed è diventato avvocato».
Siamo alle ultime curve.
«Alle ultime bracciate direi, perché scelgo per il nono posto la classe, il talento e la bellezza di Federica Pellegrini, in grado di vincere molto se non tutto. Ad esempio quel fantastico oro sui 200 stile libero, con record mondiale, alle Olimpiadi di Pechino. Fede è stato un simbolo anche fuori dalla vasca».
Ultimo posto utile per entrare nella Hall of Fame di Cucci?
«Chi ha la mia età metterebbe, anche più in alto, Annibale Frossi, calciatore formidabile che poi coniò il concetto secondo cui la partita perfetta è quella che finisce 0-0 perché il gol è sinonimo di errore della difesa. Ma una menzione specialissima la darei a Ondina Valla, un nome che magari dice poco ai ragazzi di oggi: il suo vero nome era Trebisonda, è stata la prima italiana a conquistare un oro olimpico, accadde nel 1936 a Berlino nei Giochi voluti da Adolph Hitler. Ondina vinse gli 80 ostacoli e rese onore al genere femminile ben prima della Pellegrini».




