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Milano-Cortina, l'ucraino squalificato? Giusto così: no alla politica

Una deroga per il portabandiera ucraino inonderebbe i Giochi di vessilli pro-Pal o anti-Usa. Il tributo ai connazionali caduti? Si poteva fare dopo la corsa
venerdì 13 febbraio 2026
Milano-Cortina, l'ucraino squalificato? Giusto così: no alla politica

3' di lettura

Il Cio ha escluso il 27enne atleta ucraino (e portabandiera) Vladyslav Heraskevych dalla gara di skeleton per via delle immagini presenti sul casco, indossato durante le prove cronometrate, sul quale sono presenti i volti di 21 atleti e allenatori suoi connazionali morti nel conflitto fra Mosca e Kiev. Il casco non è stato accettato dal Comitato Olimpico Internazionale che vieta «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale», come prescrive la regola 50 della Carta Olimpica. «Questo è il prezzo della nostra dignità», ha commentato amaro Heraskevych, sostenuto del presidente Zelensky: «Ringrazio il nostro atleta per la sua chiara posizione. Il suo casco con i ritratti degli atleti ucraini morti è un segno di rispetto e memoria. È un promemoria per tutto il mondo di cosa sia l’aggressione russa e del prezzo da pagare per la lotta all’indipendenza. E questo non viola alcuna regola». Kirsty Coventry, presidente del Cio, ha ribattuto: «Non consideriamo le immagini sul casco “messaggi politici”, ma in gara è vietato “qualsiasi messaggio, di qualsiasi tipo”. Così è stato scelto dagli atleti nel 2021: vietare qualsiasi messaggio sul campo di gioco, sul podio e nel villaggio olimpico».

E se al posto delle vittime dell’esercito russo, sul casco dell’atleta in gara alle Olimpiadi invernali, qualcuno avesse disegnato una bandiera palestinese? Oppure la scritta “Ice out” in sfregio all’agenzia federale statunitense dopo i morti di Minneapolis? Oppure un bel “No” al referendum sulla Giustizia per segnalare l’antipatia verso Giorgia Meloni? Potremmo andare avanti all’infinito, ma davanti a ogni possibile messaggio politico (o geopolitico) esibito durante le gare dei Giochi non ci viene in mente una risposta migliore di quella data ieri dal portavoce del Comitato olimpico internazionale Mark Adams: «Lo spazio per gareggiare è uno spazio neutrale, vogliamo garantire la sacralità delle Olimpiadi».

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Attenzione, qui non si discute della terribile invasione russa né delle indicibili sofferenze del popolo ucraino. Il portabandiera ucraino Vladyslav Heraskevych aveva tutto il diritto di omaggiare i connazionali sportivi morti a causa del conflitto. Anzi, aveva e ha il pieno diritto di comunicare durante davanti al mondo durante i Giochi la sua vicinanza alle vittime e la sofferenza per quel che è successo in patria. Però non in gara. Le competizioni non devono diventare vetrina politica. Non a caso la Carta olimpica proibisce «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale». Perché altrimenti se passa una deroga per il (sacrosanto) omaggio di Heraskevych, saremmo inondati seduta stante di tute pro-Gaza, caschi contro Israele, sci con scritte anti-Trump mostrati in bella vista all’arrivo dello slalom gigante. Le gare sono gare e lo sport non può diventare come il Festival di Sanremo, dove il cantante di turno lancia il solito slogan contro il governo di turno (in genere di Centrodestra). Le Olimpiadi arrivano ogni quattro anni e devono proseguire nella tradizione, un po’ come Wimbledon non deve cancellare l’obbligo della maglietta bianca.

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Sennò si scenderebbe al livello del calcio, dove qualche anno fa le squadre inglesi avevano usato la visibilità del football per inginocchiarsi in solidarietà con il Black Live Matters (pure la nazionale azzurra si inchinò alla propaganda anti-Usa e anti-bianchi all’Europeo del 2021). Invece le Olimpiadi sono appunto sacre. E inevitabilmente l’eccezione per l’omaggio ai morti nel conflitto russo-ucraino avrebbe inondato le competizioni di slogan politici. Ciò non toglie che, prima o dopo le gare, ogni atleta abbia il diritto di dire ciò che vuole. Hunter Hess, lo sciatore freestyle celebre per gli attacchi a Trump, ha criticato la Casa Bianca davanti a un microfono, non durante i salti. E perfino le celeberrime pantere nere americane Tommie Smith e John Carlos stesero il loro pugno a Città del Messico ’68 contro il razzismo sul podio, non durante i 200 metri piani. Heraskevych poteva indossare quel casco nelle interviste del dopo-gara, oppure stampare i volti degli atleti ucraini uccisi su una bandiera nella quale avvolgersi una volta tagliato il traguardo della pista di Cortina. Il suo messaggio avrebbe fatto lo stesso il giro del mondo. Impuntandosi per indossarlo in gara, non poteva che incappare nella squalifica del Cio. Il Cio nel suo caso ha agito bene, a differenza di quanto successo con gli atleti russi, esclusi in partenza dai Giochi. Gli sciatori e i biatleti russi - come i direttori d’orchestra - non possono essere accomunati alle nefandezze di Putin. I campioni avrebbero avuto il diritto di esserci, e di gareggiare. Senza vessilli politici.

Qui la risposta di Tommaso Lorenzini per cui l'ucraino non andava espulso