«Madrid? Mi piacerebbe fare un giro in città e conoscerla meglio, ma sto dando priorità al riposo, dormo il più possibile per arrivare in buona forma al torneo». Altro che movida, tapas e cervezas. Niente da fare anche per paella, tortilla, rumba o flamenco. In attesa di scendere in campo (due giorni fa ha vinto all’esordio nel Masters 1000 di Madrid contro il francese Benjamin Bonzi), nei giorni precedenti all’inizio del torneo Jannik Sinner si è dedicato al suo allenamento preferito: una bella pennica ristoratrice. Uno scherzo? Per niente. Sinner ha più volte detto che la sua passione è schiacciare pisolini. Aggiungendo addirittura di aver affrontato match importanti soltanto mezz’ora dopo essersi svegliato. Vi potrà sembrare strano, ma è tutt’altro che così. Anche il super campione Roger Federer considerava il sonno un allenamento passivo, spiegando di dormire tra le 11 e le 12 ore al giorno durante le fasi di competizione. Lo stesso il mitico idolo dell’Nba Lebron James, che oltre alle classiche (si fa per dire) 8-9 ore notturne, dice di dormire regolarmente per 3 ore nel pomeriggio.
Non solo, dichiara anche di spendere montagne di soldi per ottimizzare il suo ambiente di riposo: temperatura controllata a 19 gradi, buio totale, assenza di onde elettromagnetica. La cosa veramente strana è che il mondo continui a credere al vecchio adagio popolare secondo cui chi dorme non piglia pesci. Di qui l’idea che i dormiglioni siano dei mezzi falliti, pigri, perdenti, buoni a nulla. Il mattino ha l’oro in bocca, diceva, con un po’ di insistenza, Jack Nicholson in Shining. E il fatto che fosse uno psicopatico sanguinario dovrebbe farci riflettere. Albert Einstein, tanto per fare un esempio, sosteneva di aver bisogno di almeno 10 ore di sonno a notte, oltre a frequenti pisolini durante il giorno. L’idea della relatività, guarda un po’, gli venne proprio durante un sonno. Mentre il grande Winston Churchill era una specie di guru della siesta. Almeno un’ora e mezza ogni pomeriggio. E spesso si metteva anche in pigiama. Questo, spiegava con una delle sue inarrivabili battute, «mi permette di avere due mattine al giorno».
Eppure, dormire troppo continua ad essere socialmente sgradito. Te ne puoi vantare solo se sei il numero uno, altrimenti sei un povero fannullone dedito all’ozio mentre gli altri pedalano. Negli anni recenti c’era Silvio Berlusconi che raccontava con orgoglio di dormire pochissime ore a notte, attribuendo a questa abitudine il suo successo, mentre Giulio Andreotti confessava di alzarsi alle 4.30 del mattino per andare a messa (non si è mai capito chi recitasse messa a quell’ora e chi ci fosse in Chiesa). Persino Vittorio Sgarbi, incline ai piaceri della vita, sosteneva di passare le notti a leggere libri e quotidiani freschi di stampa. Forse nessuno di loro si è mai trovato a dover combattere contemporaneamente contro Cia, Fbi, Nsa, Mi6, Mi5, Kgb e Mossad come Jason Bourne. Già perché lui, il superagente segreto, addestrato in un programma speciale dei servizi Usa a resistere alle torture, alle privazioni, al dolore e a qualsiasi cosa di spiacevole si possa pensare, proprio come Sinner, non perdeva occasione per dormire. Arti marziali, abilità nel combattimento, destrezza nell’uso di coltelli, pistole, fucili di precisione e d’assalto, mitragliatrici? Per carità, tutto utile. Ma la frase che più compare nella straordinaria saga di Robert Ludlum è: «Il riposo è un arma». Nei film d’azione interpretati da Matt Damon, tutti scazzottate e sparatorie, il concetto un po’ si perde. Anzi, scompare del tutto. Ma nei libri la necessità di dormire per dare il meglio è un mantra. E nella sua eterna fuga dai “cattivi” di tutto il mondo, il letale e addestratissimo Jason Bourne, braccato in continuazione e sempre in pericolo imminente di vita, appena può schiaccia un pisolino per ricaricare le energie. Proprio come il nostro Sinner, che mentre i suoi compagni se ne vanno in giro a godersi le bellezze di Madrid se ne rimane chiuso nella sua stanza d’albergo a sognare di essere il numero uno del tennis mondiale. Buona notte.




