Per un anno Zlatan Ibrahimovic è stato volto e voce del Milan. Parlava tanto, perfino troppo, e ci si domandava a che titolo, visto che non risultava dipendente del club bensì consigliere di Red Bird, fondo proprietario del Milan. Poi è sparito dietro le quinte. Da frontman a regista occulto. Dall’onnipresenza all’invisibilità. Niente più apparizioni ufficiali e dichiarazioni ai microfoni, come aveva richiesto Furlani, l’ad del Milan? Allora molte più trame nell’ombra. Volevano ridimensionarlo e lui ha capito come beneficiare del suo strano ruolo: avrebbe avuto tempo e modo di muovere i fili più importanti nei momenti decisivi. Tipo questo. Ibrahimovic, in silenzio, sta spingendo fuori dal Milan contemporaneamente tutti gli altri, tranne Moncada che è dalla sua parte ma ha un ruolo minore, non essendo più direttore sportivo.
Ecco, Tare è più fuori che dentro il Milan del prossimo anno per impossibilità di lavorare. Il ds, assunto la scorsa estate da Furlani come seconda scelta dopo il dietrofront con Paratici, vuole conservare la propria dignità professionale e, di fatto, si chiama fuori, suggerendo che lavorare nel Milan è impossibile. D’altronde, se l’ad a gennaio ti dice che non ci sono soldi per acquistare i rinforzi chiesti dall’allenatore, ma poi magicamente trova 30 milioni per Mateta a tua insaputa, qualche domanda te la fai. E ti dai anche una risposta. Allegri ha un ruolo diverso e, in caso di Champions, avrebbe altri due anni di contratto e nessuna intenzione di dimettersi per la Nazionale.
Per questo Ibrahimovic si è messo a dialogare con qualche calciatore, come segnalato dal “Corriere della Sera”: ha scavalcato Allegri in modo da innescare la lite per la rottura definitiva. Ibrahimovic è strategicamente intervenuto ad aprile, quando c’è stato il crollo dei risultati su cui Max fonda ogni sua gestione. Ibrahimovic, ormai “imparato”, si è portato avanti, notificando a Cardinale le carenze della gestione tecnica, motivo per cui in questi giorni sono uscite le voci di una proprietà sull’attenti. Lo svedese non spera di certo che Allegri fallisca la Champions (servono 6 punti al Milan tra Genoa e Cagliari, se la Roma dovesse farne altrettanti), ma paradossalmente sarebbe il certificato di autenticità del suo report. Ha poi intuito che Furlani si stesse portando avanti nei dialoghi con il nuovo ds, trovando in D’Amico, in uscita dall’Atalanta, l’uomo che ne accetterebbe il metodo e porterebbe contatti utili, e così ha riallacciato i contatti con Paratici e altri candidati. Perché chi porta dentro alleati, aumenta il proprio potere.
Ne esce il quadro di un ambiente tossico, con continue invasioni di campo e veline date in pasto agli addetti ai lavori per tirare acqua al proprio mulino. Il contrario di una squadra, perché tale dovrebbe essere la dirigenza di un club. Di fronte a una furiosa lotta interna nella Roma, la proprietà Friedkin, americana quanto quella rossonera, è intervenuta con una decisione. Ha scelto da che parte stare e a chi affidare il potere. Nel Milan, questo non succede. Gerry Cardinale non decide, non interviene, non esiste. Così ha trasformato il Milan in un’arena in cui dirigenti e allenatori mettono in campo il loro ego e giocano a chi comanda. In passato l’aveva spuntata Furlani, ora sembra sia la volta di Ibrahimovic. Una cosa è certa e non cambia: a rimetterci è sempre e soltanto il Milan.