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Gattuso, boomerang africano: ecco perché l’Italia è a casa

di Claudio Savellilunedì 29 giugno 2026
Gattuso, boomerang africano: ecco perché l’Italia è a casa

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 Il fu ct Gattuso disse che, ai suoi tempi, le Nazionali africane al Mondiale erano giusto un paio, mica otto o addirittura dieci come in questa edizione. Lo disse prima di non qualificare l’Italia in un momento di clamoroso maniavantismo, rintracciabile facilmente con il senno di poi ma pure con il senno di prima. Vaglielo a spiegare che le Nazionali africane non sono più quelle di una volta, tutte fisico e cliché. Vai a dirlo che sono imbottite di talenti giovani ed europeizzati, di Diomande e Semenyo, di Bouaddi e Marmoush, e nemmeno più solo dei Salah, Koulibaly e Mané. E aggiungi, se hai il coraggio, che giocano con 4-2-3-1 o 4-3-3 piuttosto spavaldi, votati all’attacco, altro che catenaccio e contropiede perché le virtù degli africani sarebbero solo l’orgoglio nazionale e l’atletismo. E concludi, se hai il coraggio, che sono generalmente più contemporanee, più strutturate, più forti di noi e delle europee di seconda fascia, Cechia, Scozia e Turchia, quelle passate dai playoff e che- tu guarda - hanno già lasciato l’America.
Nove di queste dieci wild card africane si sono qualificate ai sedicesimi.

Quattro di queste nove sono passate come terze, e qualcuno lo ha usato per ridimensionare la cosa: ma vuol dire anche che cinque sono passate in carrozza. E visto che tra queste risulta esserci una squadra organizzata e felice come Capo Verde a discapito dell’imbarazzante Uruguay triste di Bielsa, diciamolo con forza che i tempi stanno cambiando e non per forza in peggio. Quella africana è la confederazione che ne ha portate avanti di più, in percentuale: 90%, con la sola Tunisia fuori dai giochi, talmente disastrosa da risultare infine un’eccezione alla regola. Più del performante Sudamerica (83%), più della vecchia Europa (81%), più della Concacaf (50%) e della disastrosa Asia (22%).

Questa sì che meriterebbe attenzione, se è vero che le Nazionali dei Paesi più ricchi si sono rivelate anche quelle più indietro in ciò che conta, che poi è il gioco, il calcio, il campo, e vale in particolare per gli amici di Infantino, Arabia Saudita e Qatar, rispettivamente futura e precedente nazione ospitante dei Mondiali. Che poi, noi la immaginiamo come una cosa sola, ma questa Africa sta migliorando proprio perché diversa al suo interno. Non è un blocco che avanza unito, sempre uguale a sé stesso, ma un mosaico di progetti con ambizioni e disponibilità diverse, capace però di convincere sempre più all’unisono i nati in Europa a giocare per la Patria dei genitori: dei 260 convocati africani, 115 sono nati nel vecchio continente. Scouting, precisamente. Sono i tempi che corrono e ci lasciano indietro, se continuiamo a pensare di essere migliori degli altri, migliori di loro.