Luigi Cavallari, il marito di Eugenia Roccella, era un uomo signorile, pacato e ironico. Era, per quel poco che di lui ho conosciuto, un uomo che possedeva la garbata educazione di altri tempi, sempre vicino a Eugenia in quel modo silenzioso, attento e costante che fa pensare di una coppia che si tratta di una coppia affiatata. Per questo l’ondata di viscosa volgarità, di petulante risentimento che traspare dai troppi commenti sui social che hanno accompagnato la notizia della sua scomparsa nel lago di Vico, appare doppiamente ingiusta, ma soprattutto ribalta in modo esemplare uno schema interpretativo che ha finora sorretto la presunta superiorità delle sinistre rispetto alla destra rozza e incolta.
C’è un film del 1996, Ferie d’agosto, regista Paolo Virzì, che contrapponeva una famiglia allargata di sinistra a una villana e zotica, espressione del qualunquismo italico, niente libri e tutta tv, gente che votava Berlusconi, nelle intenzioni del regista, che pure guardava a quei rustici vacanzieri romani da film di Vanzina con l’indulgenza che i progressisti riservano agli inferiori da rieducare. Ebbene era un racconto falso, distorto. Basta leggere anche solo una decina di commenti che colpiscono oggi Eugenia Roccella in un momento per lei così tragico per rendersi conto dell’odio profondo che è sempre pronto a venire a galla nella melma maleodorante dei social e che travalica ogni confine.
Persino quello che tutti imparammo a scuola – la scuola eurocentrica che non piace ai Raimo e agli altri prof malati di antioccidentalismo - leggendo di Achille che restituisce il corpo di Ettore all’anziano padre Priamo. Si è varcato il confine della pietas verso i morti, che è fondamento della civiltà occidentale. E non è colpa di Trump o della “feccia” di Vannacci ma della pretesa di dividere i vivi e anche i defunti tra buoni e cattivi, a suon di patentini e autorizzazioni varie. Così stiamo a discutere per settimane se si può dire “brutta” di una donna mentre ci rassegniamo colpevolmente al dileggio di un uomo perbene colpevole di avere sposato una cui è toccato il marchio della mostrificazione. Perché Roccella è stata una femminista ma si rifiuta di definire l’aborto un diritto, e non vuole uniformarsi alla neolingua progressista che stabilisce cosa si può e cosa non si può dire. Ma anche senza tutta questa sterile e vana dottrina della correttezza si dovrebbe sapere per istinto che su un lutto non si ride e non si fanno battute col ghigno deformante della stoltaggine.
IL GENOCIDIO DI GAZA
I peggio poi sono quelli che mettono avanti i migranti annegati o il solito genocidio di Gaza per “attaccare” le – secondo loro - ingiustificate condoglianze.
Gente che, se vai a vedere i profili, non sono troll messi alla tastiera per lavorare a uno shitstorm, sono persone reali, con le foto dei gattini e dei cagnolini in bella vista e spesso (perché occorre dirlo) qualche slogan trito e ritrito tirato fuori dal repertorio dello strillonaggio pentastellato. Oppure dietro la copertura della bandiera palestinese in bacheca sono quelli che si divertono a mettere a testa in giù ora la faccia di Meloni ora quella di Salvini e figuriamoci se non colgono l’occasione per infierire su Roccella. Alla quale rimproverano, dall’alto del loro umanitario sdegno per il popolo di Gaza, di avere detto la verità sui viaggi di istruzione a Auschwitz: lei, rea di avere usato la parola “gite”, andava giustamente crocifissa da chi blaterava di Palestina libera dal fiume al mare (cioè cancellando Israele).
Ricordiamo bene quando tutto ciò è cominciato: quando si è impedito al Salone del libro a Eugenia Roccella di poter presentare il suo libro che raccontava la storia di suo padre e di sua madre, vite libertarie, la storia di una famiglia radicale e irregolare. Quel bavaglio fu tra l’altro giustificato da Michela Murgia, oggi oggetto di culto e esente da critiche pena l’essere precipitati nel girone dei dannati della letteratura, e quel bavaglio non fu impedito da un imbelle Nicola Lagioia il quale però si impegnò successivamente a giudicare l’italiano di Valditara o a comporre sermoni antimeloniani all’insegna dell’o tempora o mores mentre il tessuto sociale e civile si sfaldava proprio perché questi e altri cattivi maestri martellano da quasi quattro anni sulla decadenza italiana. Solo perché non digeriscono un governo di destra, e una ministra, Eugenia Roccella, che per loro è medievale e oscurantista mentre invece incarna solo un femminismo diverso da quello cui loro concedono l’autorevolezza del dogma.
POSTUMANO
Il femminismo, quello di Roccella, che mette in guardia contro la cultura del postumano e contro lo sfruttamento del corpo femminile con la pratica dell’utero in affitto. Cose scomode da dire e da controbattere, che Roccella dice lo stesso e lo paga oggi come ieri con il berciare della plebaglia postgrillina e di sinistra e che affronta, oggi come ieri, con la consueta dignità. E no, questo non è fare vittimismo: è mettere certa gente davanti allo specchio, dove vedere non con l’occhio fisico ma con quello del foro interiore, quanto fanno schifo.




