Milano, 27 ago. (askanews) - I colori, i famossisimi pois, le grandi installazioni morbide, le infinity room: Yayoi Kusama è diventata nel XXI Secolo una delle artiste più riconoscibili e celebrate, il suo immaginario, che ha attraversato moltissime diverse pratiche è diventato accessibile e condiviso. Ma dietro questa immagine solare il suo lavoro e la sua vita sono state segante anche, e in maniera profonda, dalle incomprensioni familiari, dalla solitudine, dalla malattia e dalla scelta, in qualche modo, di farsi proteggere dalla malattia stessa rispetto al mondo. L'artista giapponese classe 1929 è morta a Tokyo a 97 anni, il 14 agosto e oggi tutto il mondo la ricorda.
"Lei canalizza questa sofferenza con l'arte, per guarire. Lei vuole anche che noi, attraverso l'arte e la sua arte, guariamo come persone". Così ci aveva detto, parlando di Kusama, Lucia Agirre, curatrice del Museo Guggenheim di Bilbao, che nel 2023 ha ospitato una grande retrospettiva, che presentava le celeberrime zucche a pois, ma anche molti grandi dipinti, le sculture di fiori, i vestiti, i video sulle performance newyorkesi. L'abbiamo poi rivista anche alla Fondation Beyeler di Basilea, dove anche qui si è messa in luce la forza avanguardistica della ricerca di Kusama, andando oltre la dimensione spettacolare e l'indiscutibile aspetto accattivante di certi lavori. Perché dietro c'è sempre stato molto di più. E, per capire il senso di malinconia e di dolore che è stato alla basa anche delle sue indimenticabili infinity room è stato utile farne esperienza anche a Palazzo della ragione a Bergamo, dove ne è stata installata una dai toni più smorzati, dalle luminosità più basse, che nell'acqua cercava forse altre strade e altri racconti.
Certo è che oggi è difficile non immaginare che proprio quegli specchi infiniti possano essere l'immagine finale di una vita e di un percorso artistico, una sorta di viatico di speranza e di ulteriori possibilità, per la lezione di Yayoi Kusama e per noi che ancora ci potremo entrare.



