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L'intervista

Giosetta Fioroni: "Quella sera con Andy Warhol a caccia di foto per tutta Roma"

11 Novembre 2017

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Sara un intenso “Viaggio Sentimentale” - titolo preso in prestito da una canzone della fine degli anni ’50, “A Sentimental Journey”, cantata in modo struggente, tra gli altri, anche da Frank Sinatra e Ella Fitzgerald - quello che in aprile riporterà a Milano l’artista Giosetta Fioroni. Le cui opere, tra cui la celebre installazione-performance “La spia ottica”, sono reduci da successi internazionali in Russia, negli Usa e in giro per l’Italia e l’Europa. Nonostante i suoi 85 anni, portati con identica ironia e leggerezza, Giosetta non si ferma mai e così siamo riusciti ad incontrarla a Roma, in due distinte occasioni, per la presentazione delle serigrafie che ha realizzato, grazie a un progetto targato Editalia, per illustrare un’edizione a tiratura limitata dell’Orlando Furioso. Un bel progetto sulla “parola illustrata” , accompagnato da un video che svela il “dietro le quinte” della produzione delle due preziose opere, con la Fioroni che per la prima volta apre alle telecamere le porte del suo studio artistico in via San Francesco di Sales, a Trastevere. Una sorta di “factory” italiana dove lei lavora da sola, ma dove è possibile incrociare continuamente intellettuali, filmaker, giovani critici d’arte e amici di lunga data. Come il poeta Raffaele La Capria, oggi 95enne, che è venuto ad applaudirla, confuso tra il pubblico, in una bella serata romana a lei dedicata nella sede romana dell’Istituto Treccani.

Fioroni, la mostra che la vedrà tornare a Milano, in primavera, che filo conduttore avrà e cosa la lega a questa città?

“E’ una mostra antologia molto ampia, va dalle prime tele realizzate alla fine degli anni ’50 ad oggi. Saranno esposte tantissime opere su tela, su carta, fino alle ceramiche e agli “argenti”. La mostra abbraccia oltre sessant’anni, della mia produzione artistica e si intitolerà “Viaggio sentimentale”: un omaggio a una canzone americana che ho amato, “A sentimental journey”, della fine degli anni ‘50. Sarà allestita dal 7 aprile fino alla fine di agosto all’Arengario-Palazzo Reale, ed è curata dal critico milanese Flavio Arenzi e da Elettra Bottazzi come co-curatrice. Riguardo a Milano, ho un ottimo rapporto con questa città dove ho vissuto per un breve periodo, molti anni fa, ho una galleria in Corso Venezia e ancora tanti amici ”.

Un dei versi di questa canzone, che all’epoca era molto popolare, recita: “Gonna make a Sentimental Journey, to renew old memories”. Lei si sente a suo agio con la realtà di oggi, se si guarda indietro?

“Io ho 85 anni, sono molto vecchia, ma non è che uno si debba per forza sentire a suo agio. Ci si può trovare anche in un vivo disagio, ma i conti bisogna sempre farli con la realtà che ci circonda, non è che i conti si possano fare con la realtà di trent’anni fa. Io non ho nostalgia di nessun “periodo” della mia vita, non ho mai tenuto diari, piuttosto credo che tutti gli artisti si sentano legali a un divenire, a un’idea che inseguono. Io mi sento una persona a se stante, che insegue una sua idea di lavoro”.

Lei è stata l’unica esponente donna della cosiddetta “Scuola di Piazza del Popolo” a Roma, un gruppo coeso di pittori che dagli anni ’60 hanno rivoluzionato la scena artistica e culturale dell’epoca. Si è a lungo discusso dell’influenza della Pop Art americana sulla vostra produzione, che peso ha realmente avuto?

“Non mi sento vicina alla Pop Art di Andy Wharol. Lui fu il fulcro di un movimento americano, con dei connotati legati spiccatamente alla sua cultura. Comunque è vero che nella Biennale del ‘64 a Venezia, dove io esponevo insieme a molti altri artisti tra cui Schifano, la Maselli, Festa, c’era stata un’influenza. Tutti noi siamo stati in quel periodo blandamente influenzati da questo grande ciclone che fu la Pop Art per l’America. Ma quando arrivò da noi, non è che tutto quello che gli artisti italiani hanno realizzato nacque solo da quella fonte. C’erano influenze della metafisica di Morandi, c’erano influenze di pittori come Pirandello e Mafai. Ci fu una commistione con gli artisti locali ma quello che inizialmente sembrò essere solo un “derivato” americano, col tempo, in tutti questi anni che sono passati dal 1960 ad oggi, si è visto che poi ha acquisito una precisa fisionomia italiana”.

Nella capitale lei ha incontrato il creatore della Pop Art, Andy Wharol, che immagine ne conserva?

“L’ho conosciuto perché è stato a Roma per un mese e venne spesso anche nei nostri luoghi deputati: nella galleria di Plinio, “La Tartaruga”, e poi lo rividi in casa di una collezionista famosa, Luisa Spagnoli, che aveva dato un party in suo onore. Di quella sera conservo questo ricordo di Wharol che scattava decine di polaroid e la regalava alle persone ritratte. Lui non è che parlasse molto, evitava di colloquiare, però faceva grandi sorrisi, ammiccava, e soprattutto aveva sempre in mano questa macchina fotografica, che era il suo vero occhio sulla società contemporanea”.

Tra le fonti di ispirazione delle sue opere c’è il mondo magico delle fiabe, da dove nasce questo interesse?

“Mia madre era pittrice e marionettista, mentre mio padre era uno scultore, nato nel 1895 e attivo soprattutto dagli anni ’20. Mia madre creava delle bellissime marionette, vestite da lei, e organizzava questi spettacoli tutti ispirati alle favole più note dei fratelli Grimm. Io ho avuto una iniziazione artistica proprio attraverso il mondo della fiaba: le ho viste messe in scena da mia madre, poi le ho lette nei libri di Grimm e studiate nei saggi di Vladimir Propp, un famoso studioso della morfologia della fiaba russa. Per cui ho un ampio contatto con la fiaba, con gli studiosi della fiaba e col mondo magico, da cui ho tratto elementi che ho riportato in molte mie opere”.

Ci sono artisti con cui ha mantenuto ancora dei rapporti di lavoro o di amicizia?

“Con la mia generazione di pittori, Franco Angeli, Tano Festa, Mario Schifano, Jannis Kounellis ed altri, ci incontravamo sempre a piazza del Popolo al bar Rosati, perché era sotto la galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis. Lì verso sera si radunavano molti pittori che passavano dal bar, dalla galleria, dal ristorante Il Bolognese che era proprio sopra, e c’era questo continuo via vai di artisti che ha dato vita ad una comunità. Purtroppo oggi sono quasi tutti morti e quei legami non ci sono più. Anche se mi piace pensare al mio studio, dove lavoro ogni mattina fino alle due, come un luogo vivo e vitale: qui ricevo visite di amici, critici, assistenti. Qualcuno passa per vedere le opere, per fare riprese o solo per un saluto. Adesso stiamo terminando un film sulla mia produzione artistica, che durerà un’ora e sarà trasmesso a febbraio su Sky Arte.

C’è qualcuno che ha lasciato un’impronta indelebile nella sua vita e di cui sente più viva la mancanza?

“Certo ho vissuto 27 anni con uno scrittore, Goffredo Parise, che è morto nel 1986. Porto sempre questo dolore della sua morte così giovane, avvenuta tanti anni fa. Era una persona che aveva intuito che avrebbe avuto una vita breve, per cui aveva delle contrazioni temporali, aveva una certa fretta, eliminava alcune persone dalla sua vita perché sentiva questa realtà che lo inseguiva, la morte. Ancora oggi, dopo trent’anni, è lui la persona della mia vita”.

di Beatrice Nencha

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