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Vannacci: “Classi separate per i disabili”. Un titolo che non rende merito al contenuto

Iris Devigili Cattoni
Iris Devigili Cattoni

Ha una laurea in scienze storiche cui sono seguiti due master in Marketing, comunicazione e social media e in Marketing strategico. Da oltre dieci anni è consulente di marketing e comunicazione digitale ed è stata docente per i master post laurea alla Business School de Il Sole 24 Ore. Autrice del libro “Buyer Personas. Comprendi le scelte d'acquisto dei clienti con interviste e Modello Eureka!”, ha scritto diversi contributi per pubblicazioni di colleghi e amici. Si dedica alla scrittura e conduzione di trasmissioni televisive, modera dibattiti, presenta libri e coltiva la sua passione per l'uso della voce. Patita di sport, si divide tra running e padel.

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Il generale Vannacci Foto: Il generale Vannacci
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Il generale Roberto Vannacci come Massimo Decimo Meridio; al suo segnale si scatena l’inferno e di segnali ce ne sono stati molti, lanciati con i suoi libri, gli eventi, le presentazioni e le interviste. L’ultimo ad aver generato un gran scalpore è legato a delle affermazioni discriminatorie e inaccettabili che, stando a quanto sostengono i suoi detrattori, Vannacci avrebbe fatto verso i disabili.

Devo dire che prima di aver letto l’intervista in cui il generale affrontava tale tematica anch’io, per altro sorella di un ragazzo autistico, sono rimasta di sasso, ma memore di quanto accaduto con il suo primo libro “Il mondo al contrario”, ho voluto capire meglio il contesto di tali esternazioni. A suo tempo lessi il libro di Vannacci e mi resi conto di come tante polemiche sollevate su certi contenuti erano, a mio avviso, dovute a una esasperazione e travisazione dei concetti espressi. Mi compiaccio di conoscere la lingua italiana e di comprendere il significato dei concetti espressi nel contesto in cui sono calati, per questo ritengo che certe accuse rivolte a Vannacci siano infondate se il suo pensiero viene ben contestualizzato.

Torniamo ai disabili. Decido di comprendere meglio e inizio le mie ricerche; uno dei primi articoli che mi capitano a tiro è un’intervista a Norberto De Angelis, amico disabile del generale, che lo difende affermando che Vannacci non ha alcun pensiero discriminatorio, anzi, “…dice esplicitamente che le persone disabili e non disabili devono convivere e coesistere tutti insieme. Solo le specifiche peculiarità vanno trattate caso per caso, quindi chiede di offrire fattivi aiuti all’insegna dell’inclusione.”

Mi pare strano che una persona presa in causa da presunte affermazioni discriminatorie assuma le difese di chi le ha espresse, a maggior ragione se legato da un rapporto di amicizia - se un amico mi denigra, mi irrito molto di più che se lo fa un estraneo. Procedo nella mia ricerca della verità e, da buona ascoltatrice di talk show, m’imbatto più volte in Vannacci che spiega il senso delle sue parole, affermando di essere stato travisato. Apriti o cielo!, i suoi detrattori si scagliano contro di lui in quanto, a loro parere, tali scusanti sono un cliché del generale, che alle accuse rivoltegli risponde sempre nello stesso modo: “non sono stato compreso”.

Bene, inizio ad avere una versione di prima mano, ma avrà ragione chi lo accusa di rimangiarsi la parola e di addossare ai giornalisti la colpa di presunti fraintendimenti? Posso trovare la risposta soltanto leggendo io stessa la sua intervista e cosa ne esce? Che come spesso accade, i titoli degli articoli fanno scalpore - cosa ben riuscita al giornalista de “La Stampa” - ma il contenuto non è proprio aderente al messaggio che stanno lanciando. Innanzitutto Vannaci esordisce affermando che la scuola dovrebbe essere più severa; questo è il preludio e l’impianto su cui si basano le sue affermazioni.

Secondo concetto su cui poggia il suo pensiero è il riferimento allo sport, dove si creano delle categorie in base alle capacità individuali, in modo che la gara sia equa. È su questi presupposti che Vannacci sostiene che le classi dovrebbero essere separate, ma allo stesso tempo dice anche che i ragazzi con grandi potenzialità verrebbero aiutati ad esprimersi al massimo e che quelli con difficoltà verrebbero aiutati in maniera peculiare. E ancora: “Un disabile non lo metti a correre con un campione nei cento metri” - su questo penso tutti concordino - “allo stesso modo”, dice Vannacci, “farei nella scuola”. E prosegue chiedendo retoricamente se un ragazzo con gravi ritardi di apprendimento si sentirebbe discriminato in una classe dove tutti capiscono al volo.

A mio avviso, si può essere d’accordo o meno con questo pensiero, ma ritenerlo discriminatorio non mi pare proprio la giusta interpretazione. Personalmente non concordo con la creazione di classi separate, ritengo che l’inclusione sia importante e necessaria per i ragazzi con difficoltà, ma ancor più per chi certe difficoltà non le ha, perché questi ultimi hanno la possibilità di comprendere cosa significa essere disabili e di imparare a creare rapporti inclusivi con loro.

Un ragazzo con difficoltà di apprendimento probabilmente si sentirebbe discriminato in una classe di normodotati in assenza di un adeguato supporto, ma se viene messo in condizione di stare al passo grazie ad un aiuto costante in aula, il rischio di sentirsi in difetto non ritengo possa esserci.

Nonostante questa evidente divergenza di vedute tra il mio pensiero e quello del generale, non avendo un pregiudizio nei confronti suoi e delle sue idee, riesco a capire cosa lui intende dire e quindi anche a non ravvisare alcun intento discriminatorio nelle sue affermazioni. Certo che se ci si basa sul titolo dell’articolo che usa la frase decontestualizzata “classi separate per i disabili” è chiaro che l’inferno si scatena davvero.

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